Perdersi nella letteratura di Luciano Funetta

C’è un racconto in cui Sergio Pitol, nel tentativo di spiegare perché, dal suo punto di vista, la vita degli scrittori e quella dei lettori per molti aspetti sia simile a quella dei folli, cita una frase tratta da Zanzare di Faulkner. A dire il vero la citazione è indiretta: Pitol non cita Faulkner, ma la scrittore cileno José Donoso, in particolare il romanzo di Donoso Donde van a morir los elefantes, in cui la frase di Faulkner compare come esergo: 《A novel is a writer’s secret life, the dark twin of a man》.

Pitol sostiene che la frequentazione non occasionale della letteratura porti alla scissione di una vita in due segmenti paralleli. In uno ci si muove normalmente, tra faccende di soldi, debiti, lavoro o disoccupazione, sussidi, amore, malattia, in poche parole tutto ciò che, dal momento in cui si è nati, è necessario, giusto e irrinunciabile vivere. La realtà del secondo segmento funziona in un altro modo, si cammina come in sogno, tutto assume il valore di un possibile dettaglio letterario, di uno sviluppo romanzesco, di un’oscillazione della prosa. Di questo Pitol è grato, perché Pitol, nei momenti in cui la vita parallela prende il sopravvento, 《sente voci nelle voci》e ringrazia 《le Muse per avergli trasmesso quelle voci senza le quali sarebbe perso》, e ragiona sul fatto che quando non gli sarà più possibile sentirle, quando non si sveglierà più nel cuore della notte per appuntare una frase o leggere una pagina che gli è apparsa in sogno, sentirà arrivare la morte, non la morte definitiva, 《ma la morte in vita, il silenzio, l’ibernazione, la paralisi》.

Una delle storie di cinema che più mi affascinano è quella relativa a Il ladro di orchidee, film diretto da Spike Jonze e scritto da Charlie Kaufman. Quest’ultimo, incaricato di adattare un saggio per il grande schermo, entra in crisi e se ne esce con la storia di uno sceneggiatore altrettanto in crisi che non sa come adattare il saggio su cui avrebbe dovuto lavorare (il titolo originale non per niente è Adaptation). Ho pensato a questa storia rileggendo la sinossi di Domicilio sconosciuto di Luciano Funetta, saggio narrativo sulla letteratura latinoamericana che ha per protagonista proprio colui che il saggio deve scriverlo: Guerra, scrittore e portiere notturno di un albergo, che riceve il compito dal misterioso Direttore dell’Istituto, iniziando un viaggio dalle tinte fortemente oniriche attraverso le pagine di alcun* dell* miglior* scrittor* latinoamerican*.

Funetta l’ho scoperto tramite un libraio di fiducia, Danilo della Gogol & company di Milano, ed è stato amore a prima lettura. Un amore strano, indecifrabile: il suo esordio Dalle rovine, uscito nel 2015 per l’allora splendente collana di narrativa di Tunué, l’ho divorato, letto in un giorno solo dalla mattina alla sera, e ad anni di distanza non saprei dire molto della sua trama. Ricordo l’incipit, folgorante, in cui un uomo appassionato di serpenti deve decidere, a causa di un incidente domestico in cui sono coinvolti la figlia e i rettili, fra la famiglia e il suo “hobby”: lui sceglie i serpenti, e già solo qui ci sarebbe materiale per un intero romanzo. Invece Funetta usa questo pretesto per portarci in un viaggio allucinato che si snoda fra l’enigmatica città di Frontiera e Barcellona, esplorando un mondo fatto di pornografia che confina con gli snuff movie e trainandoci non tanto in una storia quanto in un’atmosfera misteriosa, torbida, attraente e respingente allo stesso tempo. L’ho incontrato una volta, alla presentazione del suo libro seguente Il grido (da cui sono rimasto molto meno entusiasmato), e ho ammesso candidamente di aver adorato Dalle rovine ma senza sapere perché: altrettanto candidamente lui ha detto di non sapere perché lo ha scritto, ma non so se era una frase di circostanza e se lo direbbe ancora oggi. Di certo, se non aveva la risposta prima, vagare all’interno dell’Istituto potrebbe averlo aiutato a trovarla.

Domicilio sconosciuto, pubblicato a ottobre 2023 da UTET e scoperto colpevolmente in ritardo almeno un semestre più tardi (neanche a farlo apposta nella stessa libreria dove avevo comprato il suo libro d’esordio), non è un saggio nel vero senso della parola e nemmeno un romanzo, visto che la trama si esaurisce quasi nel suo incipit: la ricerca di Guerra, per quanto lo porti a viaggiare e a ritrovarsi in frangenti misteriosi e inquietanti, è più interiore che esteriore, non è analitica ma caotica, volta a spiegare più a sé stesso che ad altri ciò che della letteratura sudamericana ama e perché. Lo fa ragionando sui passi di alcuni dei letterati più noti del panorama, partendo dal Borges che di quella corrente considera mefistofelico iniziatore (si cela lui dietro i panni del Direttore), per poi addentrarsi sempre più fra nomi ingiustamente dimenticati, scavando alla ricerca dell’essenza stessa di quegli scritti che lo hanno plasmato, di un senso laddove esso stesso sembra alimentarsi di incompiutezza.

È questo il senso, il senso profondo, della letteratura del Direttore e dell’intera letteratura dell’Istituto. Il loop e l’orrore, lo scherzo e l’incubo che Kafka e Joyce avevano tentato di esaurire e di cui quasi nessuno aveva avuto il coraggio di farsi carico dopo di loro, hanno attraversato l’oceano e trovato una nuova casa, o meglio una nuova mente che è un altro modo per dire una nuova forma, quella forma che Garcia Márquez disprezzava, quella che Garcia Márquez chiamava con sdegno letteratura d’evasione. Come si può essere tanto distratti da arrivare a parlare di evasione in merito a una letteratura che disegna una prigione?

Quello orchestrato da Funetta è un viaggio discontinuo che, come i migliori viaggi, non si intestardisce a raggiungere il punto B dal punto A ma parte e basta, da Macedonio Fernández (“Non avevo mai pensato di cominciare da Macedonio, ma forse è Macedonio che ha deciso di iniziare da me, come un assassino che sceglie la sua prima vittima”) passando per una conferenza a cui sono presenti una Traduttrice, un sosia di Philip Dick e uno scrittore messicano senza un braccio, stanze vuote e fotografie sbiadite, una Vienna spettrale e un mare di parole, citazioni, ragionamenti sulla scrittura, la letteratura e sull’abisso misterioso su cui la parola scritta o letta ci fa affacciare.

I viaggi senza meta però sono i migliori quando riescono, quando sei nella disposizione d’animo adatta ad accettare il rischio, quando anche gli imprevisti diventano esperienze: in caso contrario saranno viaggi a metà, privati sia della sicurezza che del fascino dell’avventura. Come già in Dalle rovine, anche se in maniera differente, Funetta riesce ad essere la guida turistica perfetta per l’oblio, suscita sensazioni profonde e qui fa innamorare di ogni scrittore e scrittrice citat* (magari non di Garcia Márquez, anche se al suo gruppo di “narratori incalliti, che hanno interpretato la realtà e scelgono l’allegoria per esporre la loro verità in forma di parabola” riconosce il merito di essere stati loro “in più di un’occasione, a salvarmi la vita”), portandoci fra le loro opere, facendole rivivere nitide e allo stesso tempo fumose perché siamo pur sempre alla “festa della sparizione, il party dell’incompiutezza”.

《A priori, lo scrittore non è nulla, non è nessuno, condizione che, a dire il vero, metafisicamente parlando, egli condivide con gli altri esseri umani dai quali però si differenzia per un dettaglio insignificante eppure decisivo, sufficiente a influenzare la sua vita: se per la maggior parte delle persone la costruzione dell’esistenza consiste nel riempire questa assenza di contenuto con svariate proiezioni sociali, lo scrittore deve fare di tutto per preservarla.》 Così scrive Saer, forse non proprio così; forse ancora una volta devo rassegnarmi all’imprecisione. Saer è stato soprattutto autore di romanzi, è vero, ma i suoi sono romanzi in cui la tensione narrativa si avvolge su se stessa e, attraverso una prosa inattaccabile, spinge l’orizzonte degli eventi narrati verso un bordo pericoloso, quello dell’incomunicabilità.

Domicilio sconosciuto è imprescindibile per chiunque abbia provato qualcosa esplorando la letteratura latinoamericana e a quel qualcosa non sa dare un vero nome. Perdersi alla ricerca di quel senso, senza l’imperativo di trovarlo, è un viaggio da brividi: Funetta è la miglior guida che non sapevo di cercare, e nel parlare di letteratura riesce a farne di sublime.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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