Non potevo esimermi dal citare e ribaltare il motto “stranger than fiction”, anche perché è incidentalmente il titolo di un ottimo album dei Bad Religion e di un bel film con Will Ferrell, per parlare di Baby reindeer, serie creata da Richard Gadd da poco uscita su Netflix, e di May December, film di Todd Haynes da poco invece uscito dalle sale cinematografiche dopo una permanenza troppo breve. Entrambe le opere infatti traggono spunto da eventi reali (dalla propria vicenda personale nel caso della serie di Gadd e da uno scandalo sessuale scoppiato sul finire degli anni 90 negli Stati Uniti per quanto riguarda il film) ed entrambe giocano con la metacinematografia, visto che Gadd interpreta sé stesso mentre May December opera l’escamotage del film nel film. Entrambe le opere sono accomunate anche dal trattare temi molto sensibili problematizzandoli in maniera originale e curata (le molestie sessuali e lo stalking nel primo caso, l’abuso di minori nel secondo), ma dove si discostano è nel modo che hanno di affrontare un elemento molto caldo nella narrazione odierna, sia cinematografica che editoriale: signore e signori, ecco a voi il Trauma.
Peggio di così puoi ancora scavare

Non mi ritengo così intelligente da arrivare a fare un’analisi dei media moderni sulla base di un elemento, ma che ci fosse qualcosa di strano in atto nel mondo dell’editoria lo percepivo: molta autofiction, più del solito, e incentrata su esperienze tutt’altro che positive. Ci è voluto questo articolo de Il Post (che ne riprende uno del New Yorker) però a farmi ragionare sull’amplificazione, che ossessione magari è troppo, delle storie che hanno il trauma come motore trainante delle vicende e della costruzione dei personaggi. L’esempio più lampante che viene fatto è Una vita come tante di Hanya Yanagihara, in cui la personalità del protagonista viene influenzata dalle terribili esperienze acccadutegli, dall’abbandono appena nato a un lungo campionario di violenze e torture subite: non avendo letto il libro non posso né concordare né dissentire con questa lettura, di certo però la vita del Jude di Hanagihara assomiglia, in quanto a emblema della sfiga, a quella di Richard Gadd.
Baby reindeer si basa su un monologo di stand-up di Gadd stesso, e parla di come la vita piuttosto anonima del suo alter ego Donny viene sconvolta dall’incontro con Martha (Jessica Gunning), una donna solitaria che un giorno entra nel pub dove l’uomo lavora e inizia a sviluppare per lui un’ossessione morbosa, alimentata dalla tenerezza con cui lui la tratta ma condita da comportamenti di stalking sempre più eccessivi. La storia ci viene raccontata dal punto di vista di Donny, sentiamo i suoi pensieri e le sue rimuginazioni sugli eventi, veniamo messi a parte delle sue recriminazioni e di ciò che lo porta a prendere decisioni che si rivelano essere, nella stragrande maggioranza dei casi, a dir poco pessime.

La serie ha l’innegabile capacità di trattare un tema come quello delle molestie e dello stalking, in maniera preponderante agito dagli uomini contro le donne, ribaltando la questione senza cadere nella trappola dell’ideologia al contrario. Donny non è né viene mai dipinto come il simbolo della violenza delle donne sugli uomini, è solo una persona apparentemente comune che alla sfiga di avere ambizioni da comico pur mancando di senso dell’umorismo (ambizioni per cui è disposto a tenere la propria vita in standby, fra il lavoro senza prospettive da barista e la strana convivenza con la madre della sua ex) aggiunge il ritrovarsi gli spazi vitali invasi progressivamente da Martha, una donna che ad una vulnerabilità che emerge a tratti aggiunge sempre più livelli di follia, ansia di possesso, manipolazione e violenza. Dalle centinaia di mail giornaliere alla presenza costante al pub Martha (interpretata in maniera inquietantemente efficace da Gunning) passa all’intrufolarsi persino in casa di Donny le cui reazioni, dettate dall’empatia come da una strana forma di gratificazione per quelle “attenzioni”, sono poco efficaci, tese a sminuire comportamenti che rendono la sua vita sempre meno vivibile.

Se di Martha scopriamo il malessere mentale attraverso le azioni, a qualche dettaglio della sua vita e, soprattutto, delle sue pendenze con la legge, senza avvicinarci mai alle cause dei disturbi ossessivi che la caratterizzano, di Donny scopriamo pian piano che le sue decisioni, che ti fanno venire spesso la voglia di dargli una scrollata forte urlandogli nelle orecchie “ooooooohhhh ma ce la fai?”, sono dettate da un quadro psicologico molto più complesso di quanto potesse apparire inizialmente. Baby reindeer è una serie che delinea con meticolosità e sensibilità problemi psicologici difficili da trattare, e lo fa alternando il più che comprensibile tono drammatico con quello della commedia, strappando risate a denti stretti (le performance del Donny stand-up comedian fanno venire voglia di nascondersi per interposta persona) fra un pugno nello stomaco e l’altro. Mentre la polizia, una volta coinvolta, si dimostra inefficace nel trovare soluzioni definitive alla persecuzione, fa specie che una soluzione psicologica al monte di problemi che l* due protagonist* assommano non venga mai cercata attivamente, giusto accennata flebilmente con il personaggio di Teri (Nava Mau), psicoterapeuta trans che Donny conosce grazie ad una app di incontri e con la quale ha una relazione complicata dalla sua confusa sessualità oltre che, ovviamente, dalla presenza costante di Martha.

È impossibile seguire l’emersione continua di traumi nella vicenda di Donny/Gadd senza chiedersi “è tutto reale?” L’aver modificato i nomi dell* protagonist* pare non abbia impedito a qualcun* di risalire alla vera identità della stalker, e anche a fronte di questo avvenimento ho evitato di cercare dettagli biografici che avvalorassero la mia prima, e sbagliata, reazione: quella della colpevolizzazione della vittima, non riferito alle sue azioni verso la controparte reale di Martha ma verso un’altra figura, non menzionabile per evitare spoiler, le cui colpe non possono essere spiegate con la presenza di un disordine mentale e la cui pericolosità, se una controparte reale esiste, è anche maggiore. Baby reindeer ha un ritmo vertiginoso, ma è innegabile che ci sia una componente di morbosità nel suo calamitare l’attenzione, nel farci vedere l’abisso che si apre sotto i piedi di Gadd/Donny portandoci a pensare a come dev’essere stato rivivere quelle situazioni, anche se romanzate. Il continuo gioco al rialzo di eventi e traumi trasforma lo spettatore in voyeur, un gioco che regge grazie a una buona scrittura dei personaggi (che dovrebbe essere ovvia, vista la fonte autobiografica, ma se sapessimo tutt* raccontare bene le nostre sfighe ci sarebbero molti più libri che valga la pena leggere al mondo) ma che lascia una domanda in testa: sarei stato così coinvolto se fosse stato tutto finto?
Dacci oggi il nostro disagio quotidiano

Il campionato metacinematografico in cui gioca May December è più canonico rispetto a quello di Baby reindeer, ma non per questo meno interessante. Liberamente ispirato alla storia di Mary Kay Letorneau, insegnante statunitense finita in prigione a causa di una relazione con un alunno dodicenne divenuto suo marito in seguito alla scarcerazione, la pellicola si svolge nel breve periodo che l’attrice Elizabeth Barry (Natalie Portman) passa in compagnia di Gracie Atherton (alter ego di Letorneau, interpretata da Julianne Moore), del di lei marito Joe Yoo (Charles Melton) e della loro famiglia apparentemente perfetta. L’attrice ha accettato di interpretare Gracie in una pellicola che rievoca la storia del caso giudiziario, e col suo riluttante beneplacito studia la vita della donna e parla con i suoi amici e conoscenti, sforzandosi di comprendere le dinamiche più nascoste della vicenda per entrare meglio nel ruolo.

È un gioco di specchi quello operato da Haynes e dalla sceneggiatrice Samy Burch (meritatamente candidata agli Oscar), ostentatamente evidenziato dalla presenza continua di superfici riflettenti. La Elizabeth interpretata da Portman non sembra davvero interessata a cogliere le sfumature più recondite dell’animo di Gracie, sembra più una persona che dal suo piedistallo cerca conferme di qualcosa che già sa, indizi che sgretolino un quadro di rispettabilità e convivenza pacifica che le sembra falso sin dal principio. Non ci vuole in effetti molto prima che emerga qualche crepa, dalle torte sfornate a ripetizione da Gracie che nessuno mangia veramente al rapporto col figlio maggiore Georgie (un viscido Cory Michael Smith), avuto dal primo marito e coetaneo del suo patrigno Joe, ma ogni rivelazione non sembra minare veramente lo status quo quanto svelarne uno nuovo, uno in cui nessuno vuole realmente affrontare la realtà.

Non succede molto in May December, eppure si seguono le vicende con un senso di disagio persistente. L’ho visto in un pomeriggio infrasettimanale con una sola persona in sala oltre a me, e anche lei ne è uscita con la stessa sensazione (anche se meno entusiasta di me): quasi tutt* l* protagonist* vivono una situazione in cui preferirebbero non essere e l* poch* che invece accettano con entusiasmo la presenza di Elisabeth, come la figlia di Gracie e Joe Mary (Elizabeth Yu), ci mettono poco a cambiare idea. Haynes gioca con questa situazione che è sempre lì lì per esplodere centellinando le emozioni, gli sfoghi, mostrandoci il teatrino che cerca di reggere nonostante emerga sempre più la sua falsità mentre lo spettatore si aspetta continuamente che la corda si spezzi. Ma il gioco di specchi è molto più complicato, i riflessi più profondi, e avvicinarsi alla fine della pellicola non significa avvicinarsi alla verità.

Il film di Haynes parla di traumi in maniera completamente diversa dalla serie di Gadd: qui sono già tutti sul piatto, esposti al sole della Savannah in cui si svolgono le vicende, eppure tutt* continuano la loro vita come se niente fosse, senza affrontarli apertamente. Questo aspetto è fondamentale nel rapporto palesemente morboso fra Gracie e Joe (ci sono momenti in cui lei lo redarguisce come si fa coi bambini che lasciano in giro i loro giochi, nello specificodei contenitori in cui lui fa crescere farfalle di una specie da preservare), una relazione in cui il ruolo di elemento fragile della coppia continua a scambiarsi fra i due e il cui equilibrio sembra reggersi sul non farsi domande a cui sarebbe troppo doloroso dare delle risposte (Joe è una vittima o ha ottenuto ciòche voleva dalla vita? Si può essere in grado di decidere quando ti capita una cosa del genere nella vita?), anche in una situazione in cui quelle domande diventano impossibili da ignorare. Da quel quadro sbiadito (efficacemente filmato con un effetto sgranato che sa di tv di una volta) riescono a uscire solo il figlio e le figlie della coppia, due in procinto di diplomarsi e una, l’unica capace di parlare senza ipocrisie, già scappata altrove: per chi resta non c’è che una parte da continuare a recitare, anche quando prende consapevolezza di quanto è stretta.

In un film dalla trama semplice ma dai contorni degli eventi sfumati a risaltare particolarmente è Natalie Portman. Alla sua Elizabeth non dona particolare carisma né scene memorabili e in una gara di espressività perde nettamente il confronto con Moore, eppure resta l’impressione che è proprio così che andava interpretato quel personaggio, quello di una donna arrivata che pensa di sapere già tutto, interessata solo a ciò che le serve e indifferente ai danni che la sua presenza causa (la scena in cui va ospite nella classe di Mary evidenzia bene questo suo disinteresse per chi le sta attorno). Nell’efficacissimo finale (non è un vero spoiler, ma evitate di leggere se pensate di rovinarvi la visione) si ritrova a interpretare una scena madre del film nel film senza sapere bene cosa fare, incapace di trovare la giusta chiave di lettura per interpretare una donna molto più complessa di quanto pensasse, finendo per darne niente più che una versione lussuriosa e ammiccante ovvero la stessa, giusto per complicare ancora un po’ il gioco di specchi, del film tv sensazionalistico già girato anni prima sulla figura di Gracie: senza un trauma bello esposto Elizabeth brancola nel buio e noi con lei, storditi e a disagio senza capire neanche bene perché.
Ad una lunghissima lista di pessime decisioni prese da Donny/Gadd May December risponde con un solo errore, ma che fa porre in continuazione la stessa domanda: perché accettare la proposta di Elizabeth? Perché sottoporsi a questo strazio? Come poteva pensare Gracie di ottenere qualcosa di positivo? Mi sono chiesto per tutto il film anche come avranno vissuto la situazione Letorneau e suo marito Vill Faulaau, ma ho scoperto nell’unica ricerca fatta he sono morti da tempo, e nel momento in cui scrivo, cercando immagini a corredo dell’articolo, sono incappato anche nella notizia che la vera Martha di Baby reindeer domani rilascerà un’intervista: dubito che dall’interno di una bolla in cui tutt* o quasi hanno visto la serie riuscirò ad evitare di sentirne qualcosa, ma finché posso resto ancora in questo magico mondo di voyeuristica finzione, un magico mondo in cui non ho appena scoperto che è morto Steve Albini.
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Una opinione su "Finto come la verità: Baby reindeer e May December"