Ci sono mete da cui torni e vorresti ritornarci subito: per me una di quelle mete è il Giappone. Non so se sia il posto in cui mi sono trovato meglio in assoluto, di certo sono rimasto affascinato dai luoghi, dal cibo, dall’atmosfera generale e da mille altre cose: più di tutto è però il posto in cui mi sembra di aver lasciato indietro il maggior numero di luoghi che avrei voluto visitare, e mentre vagavo per Tokyo o Kyoto o Kamakura (alla prossima, Buddha gigante) pensavo “ok, questa cosa che non riuscirò a visitare la metterò nell’itinerario per il viaggio numero (numero variabile da due a cinque)”. Provare affetto per un paese in cui sei stato e volerci tornare sono però cose diverse dall’idealizzare quel paese, che è sempre il primo passo verso il trovarsi ad affermare “là sì che si sta meglio”: perché noi in Italia ne abbiamo di problemi, non ultimo dei quali il capire quando puoi permetterti di fare il saluto fascista (c’è gente che fa fatica a frenarsi eh, poverin*), ma non è che in Giappone va tutto bene solo perché le strade sono più pulite o perché (guarda un po’ le coincidenze) i treni arrivano in orario.

Non voglio fare l’esperto di Giappone che non sono, ma su certi fronti non stanno certo messi meglio di noi: parlo di disuguaglianza di genere (in ambito lavorativo e non solo), di stigmatizzazione e criminalizzazione dell’uso della cannabis, più problematiche locali come lo scandalo relativo all’abuso di minori nell’ambiente del j-pop, regno non così dorato che già un vecchio film d’animazione (Perfect blue del compianto Satoshi Kon) e un recente anime (Oshi no Ko Has, la cui sigla ho sentito parecchie volte girando per le città nipponiche) hanno provato a smitizzare. Ci sono però un libro e un film che hanno contribuito a convincermi a buttare giù questo articolo, perché analizzano piuttosto bene due problematiche che sono sicuramente anche nostre e che lo fanno in maniera bizzarra, un po’ per il tono e un po’ per la loro stessa natura: sono, come si evince dal titolo in alto, La ragazza del convenience store di Murata Sayaka (pubblicato dalla casa editrice e/o) e Shin Godzilla di Anno Hideaki.
Adeguarsi alle aspettative sociali in un konbini
Il konbini è una delle tante cose che caratterizzano il Giappone, nonché uno dei simboli del legame culturale con gli Stati Uniti. Sono piccoli esercizi commerciali aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette (agevoliamo una canzone che ne parla), in cui è possibile comprare cibo, riviste, prodotti per la casa, sigarette e pure i francobolli, nel caso abbiate bisogno di spedire una cartolina (anche se abbiamo faticato a trovarne uno che ce li avesse davvero). Non è esattamente il posto dove immagini di fare carriera, così come non lo è negli equivalenti in altre parti del mondo, il che spiega perché i genitori di Furukura Keiko, la protagonista del libro di Murata, siano così preoccupat* per il suo futuro.
«A furia di lavorare in quel konbini invecchierai senza neanche accorgertene e nessuno vorrà sposarti. Anche ammesso che tu sia vergine, hai già perso la tua purezza, sei ridotta a una vecchia carcassa. Sei poco invitante, nessuno ti degna di uno sguardo, nessuno ti vuole. Se fossimo nel periodo Jōmon saresti una di quelle donne sole e abbandonate che vagano senza una meta da un angolo all’altro del villaggio, derise e disprezzate da tutti, destinate ad avvizzire senza dare alla luce dei figli. Sei solo un peso per la comunità. Io sono un uomo, in qualche modo posso sempre cavarmela, invece per te è già troppo tardi».
Keiko è sempre stata strana, fin da bambina, e si è presto resa conto delle differenza fra lei e l* altr*. Tutta la sua vita si è così votata all’apparire il più possibile conforme alle norme, atteggiamento che l’ha resa piuttosto introversa. Quando decide di candidarsi come commessa in un konbini la sua vita però cambia: nella ripetitività delle logiche di quel microcosmo Keiko trova stabilità, disinteressandosi di aspetti come la realizzazione economica o professionale e rimanendo per più di un decennio una dipendente a tempo determinato mentre collegh* e superiori cambiano continuamente. Guardata alternativamente con condiscendenza e compatimento dalle persone che le ruotano intorno, Keiko finisce per mettere in gioco la sua stabilità quando entra in contatto con Shiraha, un nuovo dipendente svogliato e scostante dalle opinioni quantomeno bizzarre sulla società ma non prive di potenzialità critiche.

Shiraha è critico verso tutto e tutt*, è convinto che la società non si sia affatto evoluta dal periodo preistorico e che sia ancora il più forte a vincere. Cerca di vivere perlopiù come un parassita, estraniandosi dalle logiche che regolano la vita attorno a lui, in maniera più visibile ma non molto distante dagli hikikomori, i giovani che non escono di casa di cui avevo parlato in questo articolo, e con i suoi discorsi tanto appassionati quanto astrusi finisce per convincere Keiko che la sua vita nel konbini è un vicolo cieco e che solo lui può salvarla, aiutandola ad adeguarsi alla società, almeno in apparenza, intraprendendo una finta relazione con lui.
Ispirato alla vera esperienza lavorativa in un konbini della sua autrice, La ragazza del convenience store è un libro leggero che riesce nel contempo a far luce sulle aspettative sociali che premono su uomini e donne in Giappone. La necessità di creare una famiglia, di essere attivi sessualmente o di avere una carriera lavorativa adeguata per rispettare i parametri di “successo” nella società contemporanea sono temi che parlano anche a noi, ma nel libro di Murata sono esasperati dal particolare sguardo di Keiko, una donna abituata ad adeguarsi mutuando il proprio comportamento su quello dell* altr* e il cui tentativo di emancipazione è goffo e drammatico al tempo stesso.
Anche se sono distante fisicamente, resto in contatto perenne con il konbini. Anche se sono lontana, non smetto mai di pensare allo SmileMart di Nisshokuchō e ai mille piccoli avvenimenti che animano quel mondo luminoso, e intanto mi accarezzo piano le ginocchia con le mani, le unghie tagliate corte per poter gestire al meglio le operazioni della cassa.
La ragazza del convenience store è scorrevole e ha un’ambientazione affascinante, per quanto del Giappone si veda poco oltre le pareti del konbini in cui lavora la protagonista, ma la carica politica della sua analisi si perde in una scrittura senza particolari guizzi, finendo per rientrare nei canoni della letteratura edificante ma non particolarmente profonda. Non manca, a tal proposito, una sorta di lieto fine, anche se la scelta fra una relazione tossica e un lavoro senza sbocchi è quanto di più strano fra cui scegliere per trovare la propria felicità.
Il vero mostro: la burocrazia
Anno Hideaki è uno di quei nomi che in Giappone fa notizia qualunque cosa faccia. L’ideatore di Neon Genesis Evangelion, anime dalla realizzazione quantomeno complicata (su cui vi consiglio di indagare attraverso Dummy System, monumentale sito che comprende anche un accurato podcast) il cui successo è aumentato a dismisura col tempo, è probabilmente la figura più influente nel settore dell’animazione dopo Miyazaki Hayao, tanto che esiste addirittura un manga comico basato sulla sua vita al di fuori del set, Kantoku fuyuki todoki (traducibile come “Lo scarso regista”), realizzato da sua moglie Moyoko. Alla carriera nell’animazione Anno ha presto affiancato quella di regista di film in live action, ma niente di paragonabile al momento in cui si è preso la briga di realizzare un nuovo film di Godzilla, il kaiju per eccellenza del pantheon di mostri grossi giapponesi: l’accoppiata ha fatto sognare tutta la nazione, e non è affatto strano che alla sua uscita abbia realizzato il record di incassi di tutti i tempi (battuto nel 2023 da un nuovo film sul lucertolone atomico, Godzilla minus one).

La trama è classica e abbastanza fedele alle prime apparizioni del kaiju: Godzilla emerge dalla baia di Tokyo, inizia a distruggere la città e politica ed esercito fanno del loro meglio per fermarlo prima che il disastro possa raggiungere proporzioni (ancora) maggiori. C’è solo un piccolo problema: chi decide che cosa fare? Questo è l’inghippo che permette ad Anno, che evidentemente non vede di buon occhio l’elevato tasso di burocrazia nipponico, per dirottare la prima metà del film dal disaster movie che tutti si aspettano verso una sorta di grottesca parodia dell’ossessione per il rispetto della catena di comando e dell’anzianità di servizio. Ogni minima decisione viene presa attraverso mille passaggi, il lancio di un missile non avviene se prima non c’è stata l’approvazione di tutt* coloro che ne devono decidere, dal soldato in postazione fino al primo ministro, la competenza su ogni decisione passa attraverso uno scaricabarile ossequioso e chiunque cerchi di velocizzare le cose viene redarguito e sbeffeggiato, senza ricevere un grazie nemmeno quando dimostra di avere ragione. Anno si diverte un sacco a mostrare questo circo assurdo di politicanti incapaci, avviluppati nella rete di regole che hanno contribuito a creare, tanto che continua a mostrare nomi e ruoli de* protagonist* ogni volta che parte il rimpallo per decidere cosa fare con la creatura che sta risalendo il fiume, chi consultare per avere un parere o quale parte della popolazione far evacuare… Il tutto mentre Godzilla, nell’apparente disinteresse generale, diventa sempre più grosso e pericoloso.

La parte più interessante di Shin Godzilla è proprio questa, un’impietosa e sarcastica analisi di una problematica che anche noi conosciamo bene. Il ritmo della pellicola di Anno è trascinante, eppure fatto solamente di parole a vuoto e distruzioni varie, operate da un kaiju che viene a malapena contenuto nella vana speranza che il problema possa risolversi da sé. Paradossalmente quando Godzilla raggiunge il suo ultimo stadio di evoluzione e le cose iniziano a farsi serie (momento in cui entra in gioco l’esercito statunitense, giusto per rimarcare anche la dipendenza militare dal governo a stelle e strisce) la pellicola perde di carica, pur in un tripudio di effetti speciali e di enfasi emotiva che porta gli outsider, come è evidente fin dal principio, a risolvere la situazione.

“Godzilla assume dunque i contorni di un contrappasso vivente, una specie di guardiano della natura che interviene per porre rimedio a uno squilibrio nell’ordine delle cose che si origina non solo dai bombardamenti atomici della guerra, ma anche dagli esperimenti con armi nucleari nel Pacifico”, afferma George Rohmer nell’imprescindibile Guida da combattimento ai mostri grossi de I 400 calci, e non manca nella pellicola di Anno un riferimento a come la genesi del kaiju sia da ricercare nelle peggiori espressioni della società umana (nel caso specifico lo sversamento di rifiuti radioattivi nella baia di Tokyo): per una volta però il mostro viene messo in ombra da un sistema molto più ingombrante, altrettanto lento nei movimenti ma ancora più spaventoso, non tanto nella sua capacità di creare danni quanto nella sua palese incapacità di farvi fronte, ed è proprio questa caratteristica a rendere Shin Godzilla una visione doverosa anche per chi, come me, non ha mai frequentato granché (ad esclusione del prescindibile Godzilla contro i robot) la saga che vede protagonista la creatura ideata dal produttore Tanaka Tomoyuki.
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