Foto di Joshua Brown: https://www.pexels.com/it-it/foto/luci-scuro-alberi-sera-12820603/
Ho più volte esplicitato che il tempismo non è il mio forte, infatti questo articolo avrebbe avuto ancora più senso se fosse stato pubblicato settimana scorsa. Perché? Per il semplice motivo che l’11 e 12 luglio c’è stato il Prime Day (che poi, essendo due giorni, non avrebbe più senso chiamarli Prime Days?), il periodo in cui Amazon dedica all* affezionat* clienti sconti sbalorditivi. Ne avete approfittato? Anche voi vi siete sentit* come se aveste ricevuto un premio, alla stregua della protagonista dello spot (che avrei voluto linkarvi, ma una ricerca su YouTube rimanda solo a risultati di consigli su qualsiasi cosa da acquistare da parte di utenti affamati di views)? Se avete risposto in maniera affermativa alle due domande spero che, oltre a ringraziare gli altri utenti e il gatto (ma chi li scrive sti spot? Meno male che hanno incluso anche il corriere), vi siate ricordati di ringraziare anche l* magazzinier*.
La vita nei magazzini di Amazon è infatti tutt’altro che rose e fiori. Lo illustra bene Alessandro Delfanti nel suo Il magazzino, pubblicato nel 2021 dalla Pluto Press di Londra e arrivato in Italia da pochi mesi grazie a Codice Edizioni: basato su interviste condotte fra il 2017 e il 2021, il libro si concentra sulla realtà lavorativa negli enormi capannoni dove la merce viene stoccata e smistata, mostrando una realtà a tratti distopica che converrebbe conoscere prima di acquistare qualcosa sull’onda dell’entusiasmo per uno sconto.

Il sottotitolo del libro, Lavoro e macchine ad Amazon, è efficace nell’evidenziare subito i due ambiti su cui si è concentrata la ricerca di Delfanti: le condizioni lavorative all’interno dei magazzini, indagate attraverso interviste a dipendenti ed ex dipendenti e tramite visite di persona in strutture italiane e internazionali; il modo in cui le macchine influenzano queste condizioni e, soprattutto, come potranno influenzarlo ulteriormente. Che l’azienda di Jeff Bezos non sia in cima alle liste delle aziende più magnanime verso i propri dipendenti è già stato estrapolato da svariate inchieste giornalistiche, ma addentrarsi fra i corridoi dei capannoni, pagina dopo pagina, rende più palese e chiaro il modo in cui il fondatore di Amazon si stia arricchendo sulle spalle della forza lavoro e come sia urgente e necessario trovare delle contromisure.
Work hard. Have fun?
Il libro di Delfanti si articola in sei capitoli che prendono spunto da alcuni dei motti più celebri dell’azienda. Il primo, Relentless – Implacabile, funge un po’ da introduzione, mostrandoci i meccanismi sui quali è stato costruito il successo dell’azienda di Seattle e che ha permesso a Bezos di accantonare un patrimonio enorme, talmente ingente che il fondatore dell’azienda con i guadagni del solo 2020 avrebbe potuto donare a ogni singolo dipendente centomila dollari mantenendo il proprio conto in banca a livelli pre-Covid… ma ovviamente non lo ha fatto, per cui l’unica maniera per spendere i suoi soldi in maniera equa è affidarsi a questo gioco. Una delle cose più inquietanti che si scopre già da queste prime pagine è che la maggior fonte di guadagni per Amazon non è il settore della vendita di prodotti, bensì di servizi digitali: Amazon Web Service è infatti la vera gallina dalle uova d’oro, capace di affittare i propri spazi web e cloud a giganti come Uber, Airbnb e Netflix (tenetelo a mente quando vorrete ribellarvi pagando la grande N per boicottare Prime Video) come di vendere tecnologie di sorveglianza ai governi. Se vi state chiedendo “che bisogno c’è di sfruttare i propri dipendenti se bastano dei server a farti diventare ricco?” evidentemente non siete nella testa di Bezos, e non siete implacabili tanto quanto lui e l’azienda che ne rispecchia il credo.
La realtà sul campo, a Piacenza come altrove, ha indotto molti a dubitare delle promesse di emancipazione e modernizzazione fatte dall’azienda di Seattle. Prendiamo l’Inland Empire, in California. Oggi Amazon dà lavoro a circa 20000 persone che vivono in quella zona, e anche se dopo il suo arrivo la disoccupazione è diminuita, il numero di persone che vivono in povertà è aumentato. Negli Stati Uniti, da alcune inchieste di giornalisti e studiosi è emerso che molti dipendenti Amazon devono affidarsi ai buoni alimentari (food stamps) per arrivare a fine mese, e che dopo l’apertura di un nuovo FC il reddito famigliare nell’area limitrofa tende a calare.
Nel 2018 un rapporto dell’Economic Policy Institute intitolato Unfulfilled Promises ha dimostrato che la maggior parte dei fulfillment center di Amazon, pur creando posti di lavoro nei magazzini, non porta a una crescita complessiva nell’occupazione nel settore privato, perché molti altri posti di lavoro vanno persi.
Il magazzino, pag. 37
Il marcio però viene fuori principalmente nella parte centrale del libro. I capitoli Work hard – Lavora sodo e Have fun – Divertiti illustrano due facce della stessa medaglia, ovvero la continua imposizione di un ritmo a lungo termine massacrante (secondo rapporti aziendali interni ai magazzini statunitensi nel solo 2019 Amazon ha registrato un tasso di infortuni gravi di 7,7 ogni 100 dipendenti, quasi il doppio della media nel settore logistico) e il modo in cui questo viene fatto illudendoti che il posto di lavoro sia un ambiente divertente e stimolante. Immaginate di camminare velocemente per recuperare oggetti da una parte all’altra di un capannone enorme per otto ore, seguendo tempistiche scandite da uno scanner di codici a barre (che ogni tanto vi pone domande sul vostro livello di soddisfazione lavorativa, lasciandovi col dubbio se le risposte potrebbero o meno essere usate contro di voi), il tutto mentre l* cap* reparto vi sfidano a dare di più per raggiungere gli obbiettivi della “squadra” (ma non vi avviseranno mai se li raggiungerete) e, se sarete l’elemento più performante, vi regaleranno una borraccia o una maglietta: questo è un esempio ultrasemplificato di come può svolgersi la giornata lavorativa tipo di un picker, uno degli addetti alla raccolta degli oggetti da spedire, senza mettere in conto gli straordinari richiesti senza preavviso. Delfanti va ovviamente molto più nel profondo, analizzando anche come l’algoritmo che gestisce gli spazi di stoccaggio toglie professionalità all* dipendenti, rendendol* superflui anche dopo anni di lavoro in azienda.
Gli associate di MXP5 che hanno avuto modo di lavorare anche in magazzini tradizionali avvertono chiaramente questa differenza. Là venivano trattati come detentori di un sapere prezioso – letteralmente, sapevano dove stavano le cose – e fondamentale per il buon funzionamento del magazzino. Alla luce di questo, il loro valore si preservava nel tempo. Detenere questa conoscenza era una forma di potere, che poteva essere usata come leva e tutela. Amazon ha rimpiazzato questa organizzazione con una procedura complessa che coinvolge centinaia di stower per generare una forma di inventario caotica, gestita per via algoritmica e che nessun umano potrebbe mai dominare interamente.
Il magazzino, pag. 66
Tutto questo per alimentare la Consumer obsession, la passione per il cliente analizzata nel capitolo specifico e a cui si sacrifica qualunque cosa, che sia il tempo per le preghiere della forza lavoro musulmana o, in periodo di pandemia, la distanza minima da mantenere (difficile rispettarla se questo comporta un rallentamento del ritmo di lavoro, soprattutto se questo ti verrà contestato in ogni caso). Dove le cose si fanno distopiche è invece nel capitolo Reimagine now – Reimmagina adesso, dove Delfanti scandaglia le possibili future innovazioni all’interno dei magazzini estrapolate dai brevetti già acquisiti dall’azienda: molti di questi sono accumulati per trarne profitto sotto forma di concessione della licenza d’uso (il brevetto per il sistema di pagamento 1-Click è uno dei più lucrosi in possesso di Amazon), altri immaginano una sempre più stretta collaborazione tra robot forza lavoro in modo che quest’ultima possa sostenere ritmi più alti (come già accade nei fulfillment center robotizzati, dove alla minor fatica fisica fanno da contraltare un lavoro ancor più alienante nella sua ripetitività e un tasso di infortuni che supera del 50% quello degli FC non robotizzati). Non esiste invece il pericolo di venire sostituiti dalle macchine, diversamente da quanto affermavo in questo articolo sul saggio di Mark O’Connell Essere una macchina, perché
Amazon però non sta pianificando l’eliminazione dei dipendenti dai suoi magazzini. Nonostante l’hype che genera attorno a questo tema, anche grazie ai suoi futurologi, l’azienda non ha alcun problema ad ammettere che ci sarà comunque bisogno di lavoro umano: la manodopera resterà, perché costa meno ed è più facile da controllare e scartare rispetto ai robot. Ciò che Amazon sogna in realtà sono nuovi modi di spremere valore dalle lavoratrici e dai lavoratori. Quello che sogna è di trattarli come robot.
Il magazzino. pag. 177
Make history, magari un’altra storia
Per quanto il libro di Delfanti analizzi Amazon nella sua globalità, mostrando come diverse realtà e, soprattutto, diverse leggi che regolano il lavoro limitano o accentuano le possibilità di sfruttamento del “capitale umano” su cui l’azienda lucra, un occhio particolare viene mantenuto sull’hub di Piacenza, l’MXP5, dove si sono concentrati i primi movimenti sindacali e le prime proteste sul territorio italiano. Molte delle voci attraverso cui è possibile farsi un’idea della realtà all’interno dei magazzini provengono da qui, voci di ex dipendenti, di dipendenti insoddisfatt* e anche di dipendenti che hanno preso parte alle serrate attraverso cui, ad esempio, nel 2021 è stato possibile bloccare la consegna di 250000 ordini. Le contestazioni si stanno facendo sempre più organizzate, i sindacati sono riusciti a entrare anche in altri magazzini e gli obiettivi si stanno facendo più ambiziosi (alla riunione degli azionisti 2019 il collettivo Amazon Employees for Climate Justice ha chiesto all’azienda di fare i conti col suo impatto ambientale), segno che non tutto è perduto.
Nonostante quanto scritto finora, però, c’è anche chi è contento di lavorare nei magazzini di Amazon. Non lo nasconde nemmeno Delfanti, anche se com’è ovvio si concentra principalmente sui malumori e le storture del sistema, e nel mio piccolo ho anche io delle testimonianze di prima e seconda mano di persone assunte nell’hub di Novara, l’MXP6, inaugurato a settembre 2021: d’altronde non è così improbabile trovare soddisfacente un luogo di lavoro quando le alternative sono dello stesso livello, se non peggiore. È forse meglio lavorare sei mesi per una piccola azienda che alla fine te ne pagherà solo tre, com’è capitato a un mio amico? Non è preferibile una camminata veloce di otto ore in un magazzino quando nel tuo precedente lavoro venivi sottopagata e contattata ben oltre l’orario di lavoro, come capitato per anni a un’amica che vedeva nel lavoro in MXP6 quasi una vacanza (per fortuna non ha avuto tempo di ricredersi, visto che ora gestisce un rifugio in montagna)? È così diversa da quella di un dipendente Amazon, a livello di permessi retribuiti e ferie concesse, l’esperienza di un dipendente Barilla che a colpi di contratti a tempo determinato per tre anni non ha potuto organizzare le ferie con la sua famiglia? L* stess* dipendenti del piacentino rischiano di licenziarsi solo per finire a lavorare in uno degli altri magazzini della zona, cementificata oltre ogni limite ambientale da altre aziende come Ikea, TNT e Zalando, e chissà se lì avranno l’aria condizionata. Amazon sta sicuramente facendo scuola ma è il mondo del lavoro tutto che dovrebbe porsi delle domande, perché se un colosso della vigilanza privata come Mondialpol si permette di pagare la propria forza lavoro con retribuzioni orarie al di sotto della soglia di povertà (ma ringraziamo il ministro Tajani, che sulla questione del salario minimo pare abbia affermato “Noi vogliamo un paese in cui tutti possano guadagnare di più, non un paese come l’Unione Sovietica in cui tutti guadagnano la stessa cifra”, il tutto prima di fermare eroicamente un comunista che stava per mangiare un bambino) e nelle agenzie pubblicitarie milanesi scoppia con estremo ritardo una bufera sulle molestie sessuali perpetrate sul luogo di lavoro (speriamo che scoppi presto anche quello relativo agli orari assurdi che l* dipendent* sono costrett* a sopportare per creare contenuti che ci convincano a comprare cazzate che non ci servono) possiamo facilmente renderci conto di quante storture esistono e vanno combattute. Proprio per questo motivo la lettura di Il magazzino è importante: aiuta a tenere gli occhi aperti, ci mantiene allerta per capire dove e come arriverà il prossimo attacco alla nostra libertà, che si lavori alle dipendenze di Bezos o meno.
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