Immaginare un mondo nuovo, ieri: Atto di violenza di Manuel De Pedrolo

Nell’immaginare una società diversa dalla nostra la letteratura non è mai stata molto clemente. Esisteranno sicuramente narrazioni di utopie realizzate, ma hanno attecchito molto meno delle storie ambientate in mondi che ne sono l’antitesi: la fantascienza si è cibata di pessimismo, dalle megalopoli fredde e totalitarie del cyberpunk ai mondi alieni tristemente colonizzati di Philip K. Dick; la distopia non lascia spazio alla speranza, che si tratti di sfruttamento delle donne (Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood), regimi totalitari onnipresenti nella vita dei cittadini (1984 di George Orwell) o, quando va bene, un mondo futuro felice in cui la felicità è posticcia (Il mondo nuovo di Aldous Huxley); se scaviamo nel presente e immaginiamo eventi catastrofici che dovrebbero unirci (NE USCIREMO MIGLIORI) non facciamo comunque una gran figura, non durante La peste di Albert Camus, nemmeno a seguito dell’epidemia di Cecità raccontata da José Saramago, figuriamoci sull’isola deserta dove i giovani naufraghi di William Golding incontrano Il signore delle mosche.

È così difficile immaginare una società migliore, almeno quanto per Mark Fisher immaginare la fine del capitalismo? Non possiamo proprio uscire dalla formula dell’Homo Homini Lupus che Plutarco ha enunciato e Thomas Hobbes ha teorizzato? Probabilmente ci sono tanti motivi per cui la letteratura non se n’è occupata: si può rischiare di apparire ingenui, sentimentali, e forse tutti i mondi dove regna la pace si somigliano quanto le famiglie felici secondo Leone Tolstoj. E se fosse invece che in pochi hanno la fantasia necessaria ad accettare la sfida?

Manuel De Pedrolo ci ha provato, e lo ha fatto all’inizio degli anni 60. La sua società era quella stretta nella morsa della dittatura di Francisco Franco, un mondo in cui bisognava mantenere alta la speranza nel futuro per non soccombere ai mali del presente. Lo ha fatto con Atto di violenza, primo libro tradotto in italiano di un autore poco conosciuto in Spagna ma venerato in Catalogna, pubblicato nel 2020 dall’editore Paginaotto: lo ha fatto nonostante la censura che lo ha costretto a revisionare i propri libri per anni, allentando un po’ la morsa solo dopo gli anni 70 (come spiega bene nella postfazione lo scrittore e traduttore Alberto Prunetti).

“«…per anni e anni non abbiamo fatto altro che pensare, dire e ripetere che la nostra gioventù era incapace, che era una gioventù stanca, annoiata, senza stimoli e senza iniziativa…»

Finisce di strofinarsi energicamente le mani e chiude il rubinetto. «E adesso, oltre venti feriti e tre morti, presto quattro, dimostrano che eravamo pessimisti senza motivo. La gioventù continua a essere quello che è sempre stata: anticonformista, inquieta, disinteressata».”

La storia è di quelle perfette per i tempi che corrono. Un giorno l’intera popolazione di una città senza nome, oppressa dalla dittatura del giudice Domina, decide di chiudersi in casa e fermare tutto seguendo un semplice motto: “È molto semplice: restate tutti a casa”. Il pensiero corre veloce verso le nostre esperienze di lockdown, ma non è questa caratteristica a renderlo un libro immerso nella contemporaneità: c’è altro che risuona nelle pagine dell’autore catalano, un qualcosa che lo rende, più che attuale, una lettura necessaria per la nostra epoca.

La vicenda si svolge nell’arco di tre giorni, ed è raccontata attraverso molteplici punti di vista. Ogni capitolo è un frammento a sé stante i cui personaggi sono a volte legati fra di loro, vincoli personali che vengono esplicitati solo avanzando con la storia: seguiamo così un bambino che si trova di fronte il portone della scuola chiuso, un negoziante avido che si fa beffe della protesta, una pattuglia in servizio per sedare la protesta silenziosa e molte altre persone che vivono dal loro personale punto di vista la vicenda. Ciò che manca quasi totalmente è la sensazione di pericolo, il timore di una sconfitta: l’esito peggiore, cioè che la protesta venga sedata, è una conseguenza messa in conto con naturalezza e fatalità, non un ostacolo che blocca le iniziative.

Si può definire ingenuo chi costruisce un impianto narrativo sulla base di una sconfinata fiducia negli altri individui, sul supporto reciproco a una causa comune: De Pedrolo però non è uno sprovveduto, e la sua ricostruzione di una rivoluzione (quasi) senza violenza, a dispetto del titolo, risulta coinvolgente e mai stucchevole. È l’immagine di una società davvero avanzata, in cui il fine personale è perseguito solo da pochi individui conniventi al sistema che, in ogni caso, sembrano molto più spaventati dei cittadini chiusi fra le quattro mura delle proprie abitazioni. È, insomma, quel mondo in trasformazione che vorremmo abitare e che abbiamo sempre pensato non potesse esserci raccontato.

“Il rappresentante riflette: «Forse ci sono arrivato… Ma come parlate difficile! Volete dire, se non ho capito male, che ogni gruppo deve agire come se dal suo comportamento dipendesse questa vittoria o la sconfitta. Cioè in maniera esemplare».

L’idea di base è simile a quella di Saggio sulla lucidità, altro libro di Saramago in cui la maggior parte della popolazione della città senza nome (la stessa in cui era ambientato Cecità) vota scheda bianca, come di comune accordo. Ciò che differenzia i due libri è il focus, che nel libro dell’autore portoghese è incentrato sui tentativi del governo centrale di soffocare la rivolta dei “biancosi”, anche con mezzi immorali ma tristemente accaduti nella storia, mentre in Atto di violenza si concentra principalmente su chi resiste. Quella di De Pedrolo è una narrazione positiva, mostra cosa possono arrivare a fare gli uomini insieme e riesce a farlo creando dei personaggi a tutto tondo e non delle semplici macchiette: amano, odiano, dubitano, ma non perdono mai di vista qual è la cosa giusta da fare. Il finale porta con sé un po’ di amarezza, lasciando aperta una questione su cui ogni lettore è portato a interrogarsi: è possibile (e auspicabile) per una rivoluzione essere totalmente senza macchia?

Nel loro rinchiudersi in casa volontario i protagonisti di Atto di violenza crescono umanamente e collettivamente: possiamo dire lo stesso della nostra esperienza con il lockdown? Forse è ancora presto per tirare le somme, ma l’unica maniera che abbiamo per uscirne davvero migliori è imparare ad ascoltare, ragionare tutti insieme, per non far sì che restino profetiche per il nostro mondo le parole che uno dei personaggi, Tomàs, scaglia in faccia al burocrate Muri:

«E questa è la cosa più intollerabile: qualsiasi punto di vista che si allontana, anche minimamente, dall’ideologia ufficiale, viene definito sovversivo. In un clima del genere non è possibile costruire alcunché perché, senza il diritto di critica, le istituzioni si corrompono, gli uomini al potere vengono mitizzati e ogni decisione, persino la più sensata, finisce per diventare arbitraria».

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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