Racconto in musica 69: Il premio in palio (Alessandro Grazian – Lasciarti scegliere)

Che belli i paradossi, come ti incasinano la mente in maniera gioiosa! Mentre sto scrivendo questo articolo devo ancora andare a vedere un concerto dell’artista da cui ho preso ispirazione per il racconto della settimana, eppure (MAGIA!) mentre voi leggerete io l’avrò già visto. Certo, significa solamente che mentre scrivo è sabato mattina, il concerto sarà (oppure È STATO! MAGIA!) il sabato sera e voi leggerete questo delirio la domenica (o anche qualche giorno più avanti), però mi sembrava divertente farlo notare. Probabilmente non lo è. Ma fa niente.

Un paradosso temporale (altrettanto falso) è anche quello che mi ha fatto pensare di aver ospitato l’artista in questione (perché mi sforzi di tenerlo nascosto quando è scritto in grassetto nel titolo è un altro mistero) per un secret concert prima della data in cui ricordavo di averlo visto per la prima volta live. Come poteva la prima volta essere dopo la seconda? Ero tornato indietro nel tempo? No, semplicemente ho una memoria di merda, e quel primo concerto al Carroponte di Milano risaliva al 2015 e non al 2017 come avevo inizialmente pensato: il buon vecchio Giorgio Canali coi suoi Rossofuoco sul palco, a fare da apripista e calamitarmi le orecchie Alessandro Grazian, di cui ora parlerò ampiamente per recuperare rispetto a questo orribile cappello introduttivo.

Grazian è uno per cui la definizione cantautore è limitante. È pittore (qui un articolo su una sua mostra del 2011) e illustratore (ad esempio in questo libro) oltre che musicista, e nella musica è quanto di più poliedrico ci sia: colonne sonore per il regista Pasquale Marino, musiche di scena a teatro, collaborazioni come se piovesse (Edda, Nada, Cesare Malfatti, Federico Fiumani e i mitici Esecutori di metallo su carta, ensemble di musica classica capace di omaggiare la miglior musica sperimentale e rumorosa italiana come di risonorizzare la saga di Ghost & Goblins) e progetti paralleli come Torso virile colossale, in cui Grazian compone brani attualizzando l’epica dei film peplum degli anni 50/60 con uno stuolo di collaboratori di prim’ordine al seguito. Tutto questo al fianco di una carriera solista che inizia nel 2005 con l’album Caduto, uscito per La famosa etichetta Trovarobato e Macaco Records, in cui, chitarra in mano e accompagnato alla produzione da Enrico Gabrielli, mostra tutta la sua abilità nel creare atmosfere intime ma dotate di notevole liricità, grazie anche al supporto di archi e fiati. Nel 2008 l’Ep Soffio di nero anticipa di poco il secondo album, Indossai, in cui gli arrangiamenti si fanno ancora più ariosi, una linea sonora mantenuta l’anno successivo nei cinque brani dell’Ep L’abito. Nel 2012 un cambio drastico, di etichetta col passaggio alla Ghost Records e di atmosfere con una virata verso sonorità maggiormente rock: Armi è un disco più ruvido, in cui a brani armoniosi come Estate si affiancano frecce distorte come la title track e l’ironica e disillusa Non devi essere poetico mai. Il 2015 vede l’uscita di L’età più forte, disco finanziato tramite una campagna di crowdfunding e uscito per Lavorarestanca: Grazian consolida l’impianto stilistico del precedente, concedendosi di passare con estrema libertà per tutte le variabili stilistiche che stanno fra i momenti riflessivi e aulici di Corso San Gottardo e stilettate velenose come Se fossi una band mi scioglierei, brano che me lo aveva fatto amare in quel lontano concerto del 2015. Il lungo silenzio (almeno da solista) succeduto a quell’uscita è stato interrotto a fine novembre 2020 dall’uscita di Incrociatore aurora, in cui i synth creano attorno alle parole di Grazian un effetto etereo e sognante: non è prevista l’uscita di un album a seguito del singolo, ma chissà che dopo la lavorazione del secondo album di Torso virile colossale non arrivi una sorpresa…

(Edit della domenica mattina: al concerto ha fatto brani nuovi, e sono una bomba)

Lasciarti scegliere è la terza traccia di L’età più forte, un brano che in poche righe di testo riesce a delineare con energia la storia di una figura incapace di reagire alla sua vita priva di emozioni. Ho giocato un po’ d’immaginazione nel racconto che ne ho tratto, lasciandomi suggestionare dalle ombre chine su un tavolo da gioco e da chi le osserva: la posta in palio. Potete leggerlo subito dopo il brano in questione, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Il premio in palio

Fiches allineate sul tavolo in piccole torri di colore diverso, carte trattenute da mani rigide che operano con lentezza, composte. Tutti gli occhi sono fissi sul tavolo, il respiro delle persone presenti è calmo come quello di maestri zen, anime sbiancate dal voto al dio segreto del gioco d’azzardo. Si compie il rituale della scommessa fine a sé stessa, dall’esito irrilevante, un gioco di sconfitte sopportabili e vittorie prive di pathos almeno per chi siede attorno al tavolo, ha chi ha troppo da perdere per poterlo perdere tutto in una volta.

E noi, dietro queste vetrine, a osservare a labbra serrate il confronto.

Noi, immobili in attesa del destino che qualcun altro sceglierà al nostro posto.

Planano sul tavolo re, regine e fanti, numeri fioriti e cuori palpitanti di fugace adrenalina. Facce come marmorei fasci di muscoli trattenuti, tensione che dilaga in un fermento di impassibili gesti. Movimenti da studiare, da analizzare a fondo per trovarvi un dubbio, una gioia, la solita stancante noia.

E noi, abituati ad osservare, che cogliamo piccoli guizzi di vitalità in un labbro o un sopracciglio.

Noi, davvero impassibili di fronte all’esito di questa sfida vuota d’entusiasmo.

Eccole calare, lente, le carte vincenti. Crollano le torri, si sfalda l’ordine. Le labbra s’increspano in sorrisi di circostanza. Chi vince non si distingue da chi perde, non ancora. L’ammasso multicolore di fronte a una sedia, solo moneta di scambio.

L’obolo per ottenere la posta in palio. Il premio siamo noi.

Occhi negli occhi, i nostri e i loro, ennesimo scontro fra la stanca abitudine al possesso e la vuota libertà di arrendersi. Saettano le lingue per un premio che stancherà presto, ci saggiano gli sguardi con lussuria dettata da stimoli meccanici. Manichini noi dietro la vetrina in cui siamo esposti, manichini loro che pensano di dettar legge.

Le dita indicano tremanti, la scelta è fatta. Una figura in meno al di qua del confine, una in più persa nel mondo. La vediamo andare via, non la piangiamo. L’emozione dell’addio l’abbiamo sacrificata sull’altare dell’immobilità.

Noi, che rimaniamo, attendendo una nuova sfida di cui essere il trofeo.

Noi, con un mondo fuori che ci aspetta, troppo frenetico da affrontare con le nostre energie.

Noi, schiavi delle nostre catene, che preferiamo esser vincita piuttosto che giocatori.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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