Racconto in musica 38: Un sacrificio (Zu – No pasa nada)

Se, quando pensate al concetto di successo musicale italiano all’estero, vi viene in mente Laura Pausini in tour in Sudamerica…siete sul blog sbagliato. Potreste trovarvi un po’ più a vostro agio fra queste schermate se vi vengono in mente i Lacuna Coil, ma ancora non ci siamo. La mia concezione di questo successo è quando i tuoi album escono per l’etichetta dei Neurosis, come capita agli Ufomammut, o come quando, ad esempio, Mike Patton suona insieme a te per svariati concerti, licenzia i tuoi album per la sua Ipecac Recordings, fai concerti un po’ in tutto il mondo e collabori con la crème de la crème della musica sperimentale, da Damo Suzuki ai Current 93: tutto questo, e molto altro, lo hanno fatto gli Zu.

Non ricordo esattamente quando ho sentito parlarne per la prima volta, ma fu all’uscita di Carboniferous nel 2009 che mi accorsi veramente di loro: tutto l’album è stato considerato un capolavoro, ma quella bordata sonora incredibile di Ostia basterebbe già da sola, tanto che me la misi come sveglia quando andai ad abitare da solo e, dopo un viaggio di 760 chilometri fra Novara e Roma in bicicletta, andai sul lido di Ostia solo per fare un video della spiaggia con in sottofondo la loro canzone (il video è uscito male e mi sentivo un cretino, ma cazzo che brano). Li ho visti solo tre volte dal vivo, la prima al geniale MiOdi al Circolo Magnolia di Milano, ma l’ultima mi è rimasta particolarmente impressa: suonavano all’edizione 2017 del Libera la festa, a Osio Sopra nella bergamasca (tenete d’occhio questo festival, per quando si potrà tornare a vedere concerti), e per varie ragioni non potei rimanere fino alla fine dell’esibizione, ma l’unico modo che trovai per andarmene fu letteralmente SCAPPARE tra un pezzo e l’altro perché la potenza che emanavano era tale che non riuscivo a muovermi mentre suonavano.

Ok, mi direte voi, ma dopo tutta sta premessa ci vuoi dire finalmente cosa fanno gli Zu? Fanno, o facevano, Jazz-Core, che è un termine riduttivo per definire la capacità di improvvisazione, furia e ricerca sonora che sta dietro alla carriera più che ventennale di Massimo Pupillo (basso), Luca Mai (sax) e Jacopo Battaglia (batteria), la base storica della band (Jacopo lascerà nel 2011 per poi tornare nel 2017). La loro musica è in evoluzione continua, dal primo album Bromio del 1999 (in cui figura anche Roy Paci) ai dischi più recenti in cui si è aggiunta la chitarra di Stefano Pilia ma sono i synth analogici ad aver preso il sopravvento (l’ultimo è Terminalia Amazonia del 2019), il tutto passando per migliaia di concerti, collaborazioni interne al gruppo e progetti paralleli (mi capitò di recensire gli Ardecore, supergruppo in cui militava tutta la band dedicato alla rivisitazione della musica tradizionale romana, come anche gli Udus di Luca Mai e un album ultrasperimentale di sonorizzazione di radiodrammi fantascientifici degli anni 60 con Massimo Pupillo, ma fra i vari altri progetti vale la pena ricordare Mombu, Bloody Beetroots, Dark Night Mother e i Pleiadees, protagonisti di uno degli ultimi concerti “elettrici” che sono riuscito a vedere). Capirete che riassumere in poche righe una carriera lunga sedici album, alcuni split, momenti di pausa (fra il 2011 e il 2014 la band fu sul punto di sciogliersi, salvo poi tornare con quelle bombe dell’ep Goodnight civilization e del disco Cortar todo) e collaborazioni a varie compilation è un’impresa impossibile, per cui prendetevi un attimo di tempo, andate qui e studiate, da bravi: questa è storia della musica italiana.

Il mio amore spassionato, all’interno della discografia sterminata degli Zu, lo conservo per il già citato Cortar todo, e non potevo che pescare da questo serbatoio per il racconto della settimana: No pasa nada è la traccia numero sette del disco, un terremoto sonoro in cui basso e batteria (qui suonata da Gabe Serbian dei Locust) creano una tensione maligna che si risolve nelle esplosioni apocalittiche del sax. Ispirato dal titolo e dai movimenti del brano ho cercato di creare qualcosa di oscuro e barocco, magniloquente a tratti, un percorso letterario che si inoltra NEL labirinto più iconico che ci sia e che già in partenza si inchina a chi, come Borges, gli ha reso onore in maniera certamente più originale: se sarò riuscito perlomeno a ricreare con le parole le sensazioni che dona la canzone potrete dirmelo voi, ascoltando e leggendo (magari insieme, è fortemente consigliato) più in basso. Buon ascolto, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Un sacrificio

Lenti emergono dal buio, avanzando con fatica, magri, pallidi e tremanti, rosse solo son le dita. Regge uno il lume in mano, rabbia impressa sul suo volto, l’altro gonfio di singhiozzi, segue pian con occhi folli. Tentan di fuggir la morte, un destino già segnato, ove si aspettavan gloria, li attendeva l’abominio.

E risuona all’improvviso il grido tonante della bestia, mortali! Chinatevi al suo cospetto e abbandonate la speranza. S’annuncia nel suo lamento oscuro la volontà del Dio, una brama di carne, sete di sangue, l’esigenza di ricever ciò che è suo di diritto!

Sgorgan lacrime e sospiri, improperi a fior di labbra, il più debole s’accascia, l’altro a forza lo trascina. Da pentirsi han, nel ricordo, della furia su un compagno, dello zelo ormai assurdo in quel dargli del blasfemo. Egli volle lasciar segni, quali mappa fra le svolte, ma il ritorno, condannaron, era torbida eresia.

Ma l’arrivo al centro dell’intrico non è beatitudine, niente nobiltà nell’agguato, improvviso, furioso, nel sangue che scorre a fiumi e nelle grida dei compagni sventrati, gli arti strappati da un mostro che rifugge il sacro, induce alla pazzia, blocca col terrore della sua presenza gli stolti che ancora sperano in un sacrificio giusto, un benevolo aldilà, ma quale Dio può concepire questo orrore, dare in pasto l’uomo ad una simil bestia? Non può finire con la resa il loro destino, non possono raggiunger tutti insieme quelle zampe, e per il duo che si lascia alle spalle il massacro ogni urlo reca echi diversi, per uno esortazioni alla fuga, per l’altro solo condanne di vigliaccheria.

E come orrore della mente ecco giungergli alle spalle la bestia ruggente, guardate! Il pelo è lordo delle viscere dei compagni, i suoi artigli bramano coloro che le son sfuggiti. Resta immobile il debole di fronte a quel terrore, al volere divino che ne reclama la morte, e all’avvicinarsi di zanne e bava solo riesce ad aprir bocca per urlare, costretto al dolore, alla morte, ad un supplizio senza fine!

Fugge ancora, da meschino, l’ormai solo ancora vivo, il compagno offerto in pegno per del tempo guadagnato. Corre cieco, urta i muri, senza lumi né premura, mentre intanto alle sue spalle sceman grida d’agonia. D’improvviso, par miraggio, un chiarore che s’insinua, torce appese attorno all’arco che delimita l’uscita. Causa fretta ed isteria, non s’accorge se non tardi del metallo che lo frena, della fin d’ogni speranza.

I cancelli sono chiusi, e la bestia già s’appresta.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

3 pensieri riguardo “Racconto in musica 38: Un sacrificio (Zu – No pasa nada)

  1. Era da molto tempo che non sentivo più parlare di Zu. Sembra passato un’eternità. Questo era un gruppo che avevo scoperto per puro caso ma di cui mi ero profondamente interessato per il loro stile.

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    1. Non tutto ciò che hanno fatto mi piace, ma non posso che apprezzare una band partita dal niente e arrivata a essere riconosciuta a livello internazionale, il tutto facendo sempre e solo quel cazzo che gli pareva al di fuori di qualsiasi moda.

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