Guerra ai giovani? Il dipinto delle nuove generazioni in After the hunt e Eddington

Forse siete stat* ad una delle manifestazioni in supporto della Global Sumud Flotilla. Forse ci siete stat* a Milano. Forse eravate accanto a me per una certa parte del percorso, magari mentre salivamo un po’ increduli a piedi la rampa di accesso alla tangenziale, e avete visto immagini come quelle che ho visto io: un gruppetto che recupera frammento per frammento la bottiglia di birra che gli è caduta per terra, l’attivista che cancella dal guardrail una scritta contro Meloni dal sapore antisemita e sessista, il signore che porta un riccio al sicuro visto che aveva invaso la carreggiata, e in generale l’atmosfera di gioia che superava anche la rabbia per la condizione della striscia di Gaza in quei giorni (non che la situazione sia migliorata davvero di molto col cessate il fuoco, andando quest’ultimo a singhiozzi che fanno decine se non centinaia di morti ogni volta). Poi certo, non sono cieco o sordo, il coro “Palestina libera dal fiume fino al mare” l’ho sentito ed evitato di cantare, un gruppetto di tre/quattro persone vestite completamente di nero con tanto di passamontagna me le sono trovate abbastanza vicino lungo il corteo (non facevano nulla di particolare, sempre a onor del vero) e ho visto anche, seppur da lontano, arrivare le camionette a idranti spiegati in tangenziale (dai due ai cinque minuti di operazione): comunque troppo poco perché la narrazione collettiva etichettasse quelle manifestazioni come violente, ma sappiamo benissimo che è ciò che è stato raccontato nella maggior parte dei casi.

Siamo stat* giudicat* irresponsabili, colpevoli di minare col nostro comportamento la buona riuscita delle trattative per il cessate il fuoco allora in fase avanzata, e forse non ci si poteva aspettare di più in un contesto dove era rappresentata ogni generazione ma che contava molto su collettivi studenteschi e sull* giovani in generale, tantissim* giovani. E quando mai l* giovani hanno capito qualcosa della vita?

La stessa svalutazione delle istanze delle nuove generazioni l’ho colta in due film recenti (e di cui volevo parlare da almeno due settimane, ma poi la pigrizia ha vinto), After the hunt di Luca Guadagnino e Eddington di Ari Aster, che pur partendo da basi e generi completamente diversi mostrano contraddizioni e divisioni all’interno degli USA, un compito lodevole svolto in certi momenti con l’istinto retorico di chi vuole insegnare una lezione senza averla capita appieno.

Panni scomodi e pronomi indigesti

Com’è come non è ultimamente io e Guadagnino ci frequentiamo spesso. Non ho apprezzato particolarmente Chiamami col tuo nome (pur avendo una compagna cremasca, che avendoci vissuto accanto si chiede quale sia il fascino dei fontanili che hanno fatto svoltare il turismo locale dopo essere apparsi nella pellicola), eppure sono finito al cinema a vedere Bones and all e ho pure recuperato Challengers, uscendo dalle visioni sempre con entusiasmo molto tiepido. After the hunt aveva al suo arco perlomeno un tema interessante, una denuncia di molestie nel contesto dell’università di Yale nell’era del post MeToo, dove una docente di filosofia in odore di promozione (Alma Imhoff, interpretata da una Julia Roberts mai così efficacemente respingente) si ritrova a gestire il “sorella io ti credo” (con poca convinzione) davanti alla studentessa Maggie Price (Ayo Edebiri) mentre intimamente pensa “collega (Henrik Gibson, interpretato da Andrew Garfield) io non le credo mica troppo”.

“Coraggio, dimmi ancora come ti senti emarginata mentre fai la vita da bohemiene coi soldi dei genitori”

È un bel film After the hunt, forse il migliore di Guadagnino visto finora. Ti fa alzare dalla poltrona con la voglia di parlarne, sviscerarlo da cima a fondo, perché la sceneggiatura di Nora Garrett non fa sconti a nessuno e la regia è elegantemente ansiogena, piena di momenti in cui ti piazza a un centimetro dai volti dell* protagonist* mentre portano avanti una battaglia dialettica che sulla carta non dovrebbe esistere: sorella io ti credo, si diceva, o no? Il trittico vagamente morboso composto da Roberts, Edebiri e Garfield nasconde abbastanza segreti da farti sospettare che ognun* di loro non la racconti giusta, eppure il motore centrale della vicenda, la violenza subita, perde presto la sua importanza di evento singolo per diventare esempio di un problema molto maggiore: il fatto che l* giovani non reggano più la pressione.

Ci sono momenti di un paternalismo estremo in After the hunt, dall’uso con evidente disprezzo dei pronomi (ah, questa teoria  del gender!) all’attacco filosofico a una generazione incapace di lottare davvero per le proprie istanze, elementi che evidenziano quanto al duo Garrett/Guadagnino la cultura Woke non vada proprio giù. Intendiamoci, la generazione dell* professor* non ne esce meglio, infettata da viscido arrivismo e problemi personali mai risolti, tanto che nemmeno il saggio e pacato marito di Alma (Michael Stuhlbarg) esce indenne da questa opera di distruzione sistematica di ogni legame di empatia coi personaggi: i loro difetti però sono frutto di una maturazione, andata storta ma pur sempre maturazione, mentre le proteste e le battaglie identitarie di Maggie e compagn* vengono dipinte come il riflusso di una generazione che non sa ancora cosa vuol dire la vita vera, quella vita dove evidentemente dopo che ti hanno molestata devi fare tesoro dell’esperienza e pensare “ehi, questo mi aiuterà a crescere!”

“Ma che, davero?”

Guadagnino ha l’intelligenza di fermarsi prima che la tesi del film diventi “sorella, io non ti credo”, perché After the hunt è un complicato meccanismo di azioni e reazioni in cui è impossibile trovare sant* ed è proprio lì che sta il suo fascino, nel metterti in una posizione scomoda privo di tutti gli elementi per giudicarla, assalito dal ticchettare ansiogeno di una lancetta e dalle musiche sempre efficaci di Trent Reznor e Atticus Ross: è un peccato però che in sede di promozione sia stato evidenziato il “non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio” che Alma sussurra con cattiveria all’orecchio di Maggie, mentre la risposta di quest’ultima risulti invece uno dei pochi momenti in cui si evidenzia che nemmeno l’ingoiare acriticamente ogni esperienza negativa in virtù di una supposta “corazza” da crearsi sia la risposta giusta. Mi è capitato di ascoltare su Radio 24, all’interno del programma mattutino Uno Nessuno CentoMilan, un breve dibattito sulla genitorialità in cui si parlava di come il modello dell* genitor* amic* abbia fallito, creando giovani che vanno in crisi alle prime difficoltà, critiche a cui Leonardo Manera rispondeva evidenziando che quest* “genitor* amic*” sono diventat* quello che sono a causa dell’educazione ricevuta a loro volta, e che se consideriamo sbagliato il loro modello educativo dovremmo farci due domande anche sul modello educativo che l* ha portat* a sceglierne uno diverso: il tema sotteso ad After the hunt in fondo non è così dissimile, peccato solo che prima di evidenziarlo ci tenga a smontare la generazione che ci seppellirà come una banda di mollaccion* che sa solo pesare le parole.

Aster sull’orlo di una crisi di nervi

Il regista in un momento di profondo scavo interiore

Qui a Tremila Battute vogliamo molto bene ad Ari Aster. Hereditary ci era piaciuto alla follia, Midsommar, seppur più zoppicante, lo abbiamo portato come esempio degli obiettivi che può perseguire il cinema horror del futuro, ci siamo fatti andare giù anche Beau ha paura, che nel suo strambo procedere ti faceva dire “be’, questo non me lo aspettavo”. Quando ho visto che al cinema c’era questo nuovo Eddington, di cui avevo già sentito parlare in concomitanza della sua partecipazione al Festival di Venezia, ho approfittato di un pomeriggio libero per andare curioso a vedere se l’ex enfant prodige del cinema horror avesse cominciato a risalire la china o, come sembravano indicare i più, avesse preso velocità rotolando verso il basso.

Protagonista della pellicola è Joe Cross (Joaquin Phoenix), sceriffo male in arnese di una piccola cittadina sperduta nel sudovest degli USA. C’è la pandemia in corso e le proteste di Black Live Matters stanno iniziando a montare, ma anche senza andare verso sfighe globali Cross è già messo male di suo, con la moglie Louise (Emma Stone) condizionata da un trauma di gioventù e spinta verso il complottismo dalla madre Dawn (Deirdre O’Connell, splendidamente odiosa) mentre il sindaco Ted Garcia (Pedro Pascal) continua a mietere consensi con suo sommo smacco, segno di trascorsi fra i due mai risolti e che aspettano solo una miccia per esplodere. Così, dopo un inizio lento in cui la realtà della cittadina ci viene svelata piano piano, fra una mascherina malmessa e accenni sempre elusivi a vicende del passato, la tensione fra Cross e Garcia esplode in un conflitto solo sulla carta politico: lo sceriffo decide di candidarsi a sindaco, mettendo in moto eventi che andranno ben oltre le sue misere aspettative.

“Calmati, ora la metto la mascherina” “No, tu te la metti subito!”

Se c’è un motivo per cui vale la pena seguire Aster oggi è per la sua capacità di spiazzare; se c’è un motivo per NON seguirlo è a causa della sua incapacità di pianificare dove vuole andare a parare. Eddington parte come una specie di western moderno in cui sono incistate tutte le storture degli USA contemporanei (quelli del primo Trump, ma tanto abbiamo già fatto il giro e ci siamo ricascati dentro), e sembra porsi l’obiettivo di raccontare una storia che tenga alta la tensione mentre nel frattempo mette alla berlina tutta una serie di prese di posizione, sia progressiste che conservatrici: poi la trama comincia ad andare in pezzi insieme al suo protagonista (Phoenix deve trovare sincero godimento nel farsi assegnare dal regista ruoli sempre più meschini e degradanti), continua ad accelerare verso il disastro e finisce a tavoletta contro un muro di nichilismo al grido di “è tutto una merda!”, ficcando nella mente dello spettatore un senso di disfatta che coinvolge ogni cosa, dalle big tech alla green economy, dalle vittime di abusi alle proteste di piazza. E, ovviamente, ci vanno di mezzo pure l* giovani.

La morte di George Floyd e i successivi moti di protesta vengono utilizzati da Aster solo per mostrare il ridicolo che c’è nelle istanze delle giovani generazioni, borghesott* bianch* che si riempiono la bocca con discorsi che si ritorcono su sé stessi e pensano sia importante inginocchiarsi per terra in mezzo a strade vuote nel culo del niente. È un ritratto impietoso e sleale perché, come in After the hunt, anche qui nessuno è innocente, ma gli adulti vengono presentati come persone che hanno uno scopo, lodevole o meno che sia (plauso anche al viscido ma sensuale complottista interpretato da Austin Butler), o lo hanno perso strada facendo, mentre l* giovan* non sanno cosa dicono, starnazzano cose senza senso e fungono da momento comico quando vengono zittiti in malo modo, come capita a Brian (Cameron Mann) quando cerca di spiegare al padre perché le sue proteste a favore dei diritti delle persone nere sono contemporaneamente giuste e ingiuste a causa della sua bianchezza.

Similitudini non tanto forzate

C’è una puntata di South Park di cui ho già probabilmente parlato: sono due episodi collegati in realtà, apparsi nella quindicesima stagione della serie (Stai invecchiando/La sindrome di Hamburger), in cui Stan Marsh al compimento dei dieci anni vola verso l’adolescenza vedendo merda ovunque: nella musica che ascolta, nei film al cinema, nei discorsi di chi gli sta attorno. Ari Aster mi pare in quella fase lì, circondato da un mondo che non capisce pienamente che, impaurito come il protagonista del suo penultimo film, cerca di distruggere con abbondanti dosi di sarcasmo: ha ancora la capacità di portarti dove non ti aspetti e la sorpresa è sempre una buona cosa, ma questo non è bastato per elevare a capolavoro Megalopolis e il fatto che Eddington sia meno sbagliato del film di Coppola non lo rende per forza migliore. Appena prima di entrare in sala ho scoperto che la sera stessa, proprio in quel cinema, il regista sarebbe stato presente alla proiezione, e avrei voluto davvero passare per dargli un abbraccio ma ero troppo depresso dalla sua visione desolante del mondo e delle nuove generazioni: mentre lui parlava, io per riprendermi guardavo South Park.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui le pagine Facebook e Instagram di Tremila Battute!

Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora