Qualche domanda sulla scrittura, parte quattro: Cristina Pasqua e Graziano Gala

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo quarto appuntamento abbiamo contattato Cristina Pasqua e Graziano Gala, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti: qui, qui e qui trovate le puntate precedenti.

Da quanto scrivi?

CP – Se srotolo la linea del tempo, non è facile individuare ’l giorno, e ’l mese, e l’anno, e la stagione, e ’l tempo, e l’ora, e ’l punto. Ricordo che a un certo momento tutto scalciava e graffiava per uscire. Ne approfitto per ringraziare Achille Serrao, poeta, scrittore, caro amico di mio padre, che ai tempi frequentava casa nostra. Un giorno, incuriosito, mi chiese di leggere le mie cose e mi suggerì di trattare meglio i miei fogliacci sparsi, di conservarli con cura. Quando gli feci leggere Spirito di conservazione, lo trovò maturo e mi propose di farlo uscire su «Tratti», rivista della casa editrice Moby Dick. Era l’autunno del 1996. Questo è forse l’inizio.

GG -Le poesie da piccino. Come tutti. Poi molto vuoto, molto tempo vuoto: ora vedo ragazzx bravissimx ai vent’anni con possibilità di scrittura importante, che se non si lasciano sfiorire possono fare cose preziose già ai venticinque, ché oggi leggere alcuni giovanissimi può essere importante veramente per capire come girano le cose del mondo. Io sul serio – ammesso che di serietà si possa parlare – a ventisei, ventisette. A un certo punto ho pensato: sto male, sto male, sto male. O lo dico in qualche modo o affogo. O trovo i modi per dire cosa mi è successo o devo sparire per troppo dolore. Da lì sono successe le cose. Sono stato fortunato: questo è, così mi sento. Ogni tanto mi arrabbio, quando vedo qualche unto del signore messo lì senza veramente arte né parte, che tutti sappiamo bene perché stia lì. Poi dico zitto scemo, sei stato fortunato: zitto e dici pure grazie. E mi quieto tutto. Sono stato fortunato. Ho pubblicato per la casa editrice che sognavo quando avevo venti anni, va bene così. Ne ho trentaquattro: se non muoio presto magari qualcosa ancora succede.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav*” a fare questa cosa?

CP – Mai. Finora non mi è mai capitato. Quando arriverò a pensarlo, forse smetterò di cercare, di scrivere.

GG – Io bravo non mi sento mai. Cane forse, cane. Mai mi dico bravo. Mai mi penso bravo. Infatti vivo malissimo. Sempre Calimero, sempre devi dimostrare, sempre devi provare che non sia stato un incidente. Però due momenti mi hanno fatto caldo al cuore, due tra i tanti – perché le persone che si leggono i libri miei poi il bene me lo fanno sentire e io vivo a colpi di bene: una volta a Berlino una ragazza dopo un firmacopie mi ha abbracciato e mi ha detto anch’io e io mi sono sentito che colavo a pavimento. Che andava bene così. Avrei voluto stringerla e piangere poco poco, però mi vergognavo. E poi la mamma: al paese mio noi siamo contadini. In dialetto li chiamano dispregiativamente scarufaterra, quelli con il naso nella terra. Mia mamma adesso nel paese le offrono i caffè: tiene il figlio che è andato al Tg2. Io ho lavorato ogni cristo di giorno per togliere a mia mamma la terra dalle unghie: io ho ripulito tutto. Non c’è misura di questo. Io so cosa sia costato. E questo quando mi sento malissimo mi dà pochino di respiro

Hai un metodo di scrittura?

CP – Credo la cova, ma non ne sono così sicura. Mi colpisce il refolo di una battuta, uno sguardo sbieco, un piccione, un portone che si chiude, le gambe nervose di una donna seduta in balcone a fumare. Suggestioni che risuonano, assorbo come spugna, finiscono chissà dove, iniziano a vivere di vita propria, cambiano di segno e significato. Quando il portone diventa cancello, il piccione s’alza in volo ed è un gabbiano o una delle gambe della donna sparisce lasciando un vuoto, nel cambiamento e nell’assenza, rilascio, inizio a scrivere.

GG – Mattina presto, a notte appena passata. Le cinque. Devo essere appena uscito dal sonno. Mi lavo le mani e la bocca: devo essere pulito, degno. E si va. Bisogna scrivere nei momenti di incoscienza, quando sei ancora debole, ferito. Io credo molto all’epica. Agli aedi. Io non scrivo. Io faccio da tramite. Mi possiede qualcosa. Quando leggo si capisce: io sono timidissimo, ma lì divento un altro. Non so spiegarti: so che lì sono vivo. Che mi sta succedendo una cosa. Che è un fatto serio, che mi riguarda. Che la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Io da piccino mi sono successe cose che mi dovevano cancellare il cuore: invece me lo sono tenuto, è rimasto. E dio o chi per lui mi ha premiato così: mi ha reso sensibile. Mi vengono a trovare i personaggi, mi dicono le cose. Giuda, Popoff, Mino. Ecco qual è il metodo mio: mi siedo lì e mi metto a disposizione. Occupatemi.

Ti è capitato di avere il blocco dello scrittor* e/o pensare “non ho più un cazzo da dire?

CP – Ancora no. A volte ci spero pure. Dico basta!, poi ricomincio. Il foglio bianco rassicura, è aria, respiro, possibilità. Riguardo alle cose da dire, anche se non sono un’appassionata di autofiction, basta annusare, guardare, toccare, esercitare i sensi.

GG – No, no. Io sono lento: se non tengo niente da dire non scrivo niente. Deve valerne la pena. Se a un certo punto non ci sarà più da dire staremo zitti. Faremo altro. Per arrivare a scrivere devo proprio non riuscire a tenere più la cosa dentro: mi deve bucare. Non mi sento scrittore. Professore a scuola, magari quello sì. Docente. E poi tengo questa fortuna. La custodisco come posso. Non è tempo di farsi ossessionare: abbiamo visto figure ben più serie e affermate cadere a precipizio. La gente che scrive dovrebbe andare a parlare con Marco Marino, con Fabio Stassi: sono persone che ti tengono nella realtà, grandi saggi.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

CP – Non ho una bacheca, ma ho una buona memoria. Convinta del fatto che la scrittura sia come il maiale, allevo da anni e anni con passione un corposo allevamento di rifiuti suini, una grossa scrofa con un’infinità di piccoli no al seguito.

GG – No, sarei cascato. Non ho proprio resistenza. Ci penso già da solo a rifiutarmi più volte al giorno. Però devo dire grazie a una rivista molto bella ormai non più esistente: Tuffi. Mi hanno scartato più e più volte. E io quanto ci tenevo, quanto. Ho pensato: devo fare vedere, devo mostrare che tengo ragione, che posso valerne un poco la pena. Quasi come fosse un puntiglio, una questione di principio. Da lì poi sono finito con un altro racconto su Risme e in qualche maniera tutto è iniziato. I rifiuti sono preziosi: quando faccio corsi di scrittura lo dico. Se motivati insegnano e fanno riflettere, ma a prescindere affamano, fanno sentire l’odore del sangue. Serve, specie a quelli che sono stati poverissimi come me. La scrittura alla fine una cosa è: lotta di classe. Non dimentichiamolo.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

CP – Tanto mi immergo nella lettura, tanto più mi commuove e rende felice la padronanza altrui della pagina, la costruzione o de-costruzione di trame, personaggi, ambienti, atmosfere, come si acciuffa il sapore di un’epoca, si ferma il tempo che scorre. Dimentica di me, mi prende la smania di leggere l’opera omnia di questa autrice o quell’autore. Lo stupore di Palomar di Calvino, l’architettura di Borges e Canetti, il miraggio di Morselli e Buzzati, la consapevolezza di Wharton, gli arabeschi di du Maurier, la vertigine che mi ha fatto sprofondare in Cortázar e Lispector, la mano ferma di Carver, la bocca sporca di Welsh, il distacco di Carrère. Ora sono stupefatta da Austin Wright. Dopo Tony & Susan, leggo Disciples in originale, penso alle porte girevoli, non ne esco più.

GG – Tantx: ti faccio l’elenco e finiamo domani. E con gioia. Io in ogni presentazione elenco almeno tre o quattro italianx viventx perché c’è il rischio che l’essere italiano e vivente implichi il non essere bravo finché uno non crepa: andate a pubblicare Elena Giorgiana Mirabelli, per esempio, una autrice pazzesca che non sto leggendo da troppo. E ne dico una sola. Per tornare alla domanda, ti faccio un esempio: Vasta, Il tempo materiale. Che dio. Ma pure, se vuoi un trapassato: La Capria, Ferito a morte: nessuno riscriverà mai più una cosa del genere. È lo zenit. Neppure ci si deve avvicinare. Ammirare, ringraziare di aver letto, quello sì. La scrittura è bella, perché non è una gara: è una cosa dove si prova a trovare il bello, il profondo, il guaio. Una terapia di gruppo.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato,  di cui sei più orgoglios*?

CP – Non saprei. A rileggere, dopo il giusto tempo, una volta piantumati e sedimentati, magari nessuno.

GG – Camillo: più veloc-ce di uno stril-lo / più leg-giero di uno spil-lo / colla pelle a coco-drillo. Camillo mio. Io sono un poco strano: mi siedo a terra, gioco con le costruzioni, parlo con le cose. Mi sono sempre vergognato. Ora non più. Camillo mio, che poi sono io. È uscito su Turchese: se oggi fossi un raccontista farei la lotta per andare su quella rivista. Passeranno quelli bravi da lì. Camillo: un bimbo speciale, forse non sempre al cento per cento, che parla coi cani e contratta per avere un certo numero di bacetti. Fa niente se non si diventa mai adulti, pazienza: l’importante e non morirci, per le cose passate. Poi ognuno sopravvive come riesce.

cristina pasqua pubblica Diciassette (Odradek Edizioni, 2001), fughe (pièdimosca | ossa, 2023) e le microprose forasacchi (pièdimosca | glossa, 2024). È presente nelle antologie multiperso (pièdimosca | glossa, 2022), L’ordine sostituito (déclic, 2024) e su blog e riviste online. Forbici (Lorusso, 2024), scritto a quattro mani con Alessandro Pera, è il suo primo romanzo edito. Editor freelance, vive a lavora a Roma.

Graziano Gala vive nella provincia lombarda, insegna storia e italiano in un professionale. Ha scritto racconti su riviste e litblog. Ha pubblicato per minimum fax Sangue di Giuda (2021) e Popoff (2024), la novella Ciabatteria Maffei (2023) per Tetra. È il curatore del Controdizionario della lingua italiana (Baldini+Castoldi, 2023).
Scrive per Treccani. È direttore artistico di Duerive, festival delle storie.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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