Arriva un’età in cui cominci a dimenticare le cose. Non quelle importanti, quelle mi sfuggivano già vent’anni fa, insieme a cose meno importanti ma difficili da ignorare: ho fatto una settimana senza ricordare il nome di Scarlett Johansson, e mica a inizio carriera. Le cose che dimentico però, e che una volta mi restavano in testa di più, sono le piccole cazzate legate alle passioni: le battute di un film, i componenti di una band, il modo in cui hai scoperto quel tal disco (o il momento in cui l’hai acquistato, tipo quando trovai l’anziana madre del padrone del mio negozio di dischi di fiducia in cassa al posto suo proprio quando dovevo comprare Dall’impero delle tenebre de Il teatro degli orrori: non battè ciglio). Ora invece mi dimentico i nomi degli attori di un film visto il giorno prima (mi abbuono almeno quelli coreani), e mi ritrovo ad ascoltare una band come i Dry Cleaning pensando “ma questi come li avevo scovati?” Una recensione? Non penso. Consiglio di amici? No, sono io l’amico che li consiglia. Messaggio subliminale? Credo lo userebbero più per mettermi in testa l’ultimo singolo di Lady Gaga e convincermi a comprare i biglietti per il suo concerto (come sono già finiti? E io che avevo appena venduto un rene per comprarli!). Sia come sia, le canzoni della band non penso che le dimenticherò, e l’importante in fondo è quello.
A permetterci di parlare di loro è Andrea Scagliarini, nuova aggiunta al novero di scrittor* in gamba che noi andiamo a disturbare e loro non solo ci rispondono, ma ci mandano pure dei racconti. Virtuoso dell’armonica e artista blues dalla voce baritonale, ha sempre pensato di essere un musicista indipendente prima di diventare un insegnante nella periferia Sud di una grande città del Nord, il che lo rende la figura perfetta per un blog/aspirante rivista letteraria come il nostro. Mentre noi strimpellavamo male la chitarra, lui lavorava come orchestrale in Europa o sui palchi di importanti blues festival americani. Di notte legge, scrive, riscrive o studia musica. Vegetariano da sempre, si muove in bicicletta oppure a piedi. I suoi testi sono apparsi sulle riviste letterarie Narrandom, Racconticon, Pastrengo (anche qui), Enne 2 (sul numero 9), Nabu, Border Liber, Linoleum e Kairòs, e come al solito vi invitiamo a leggerli tutti. Nel 2025 è stato semifinalista al Premio Italo Calvino per Racconti.
A volte basta poco per creare una band con una forte personalità. Una chitarra ubriaca il giusto, un basso rotondo con maestria e fantasia, una batteria minimale che accompagna in maniera fondamentale e discreta: quando poi nel 2017 Tom Dowse, il chitarrista ubriaco che assieme a Lewis Maynard e Nick Buxton ha appena formato una nuova band, reincontra Florence Shaw, cantante con cui aveva condiviso gli anni al Royal College of Art di Londra, alla miscela si aggiunge una voce che dà al tutto una spinta ulteriore verso l’unicità. Perché i Dry Cleaning sono una band che avrebbe potuto essere come molte altre, una di quelle che recupera il post punk e si limita a rinfrescarlo, invece l* quattro musicist* riescono a creare qualcosa di unico e particolare, dentro alle logiche del genere ma dissimili da chiunque altr* (o almeno chiunque altr* abbiamo ascoltato, e ne abbiamo ascoltat* tant*). Quando Shaw accetta di prendere il microfono in mano alcuni brani sono già pronti, altri si aggiungono e il tutto porta a due Ep in due anni, Sweet princess (2018) e Boundary road snacks and drinks (2019), entrambi usciti per l’etichetta It’s ok e riuniti in un unico packaging lo stesso anno, che è quello della svolta: Shaw, reduce da una storia finita (male) proprio il giorno in cui il principe Harry annuncia al mondo intero il suo fidanzamento con Meghan Markle (una che è fonte d’ispirazione costante per l* artist*), nel 2017 scrive di getto il testo di Magic of Megan e come primo singolo la canzone funziona alla grande, dando modo alla 4AD di metterli sotto contratto e al grande (facciamo medio, dai) pubblico di accorgersi della musica e dei testi bizzarri della band, nonché della sensualità straniante dello spoken word di Shaw.
Perché già, quello che abbiamo omesso fino a qui è uno degli elementi fondamentali del suono dei Dry Cleaning, quell’appoggiarsi delle parole di Shaw sulle note con la sicurezza di chi lo spoken word l’ha creato e non lo utilizza semplicemente dopo che svariat* altr* artist* l’hanno sperimentato. Nei due Ep la voce è ancora inserita abbastanza nel mix, ma la 4AD (e John Parish che produce il disco) hanno l’intuizione di renderlo un elemento a sé, inserito eppure distante, morbido nel suo narrare testi che sembrano collage di immagini difficili da decifrare mentre sotto gli strumenti creano il contesto: musica fatta come fosse la colonna sonora di corti cinematografici, con tanto di voce narrante, questo dà quasi l’impressione di essere New long leg, il primo disco ufficiale che esce nel 2021 e che li proietta (non so quando, non so per quanto) alla vetta della UK Indie chart. La squadra non cambia quando nemmeno un anno e mezzo dopo esce Stumpwork (2022), ancora più affinato ma non per questo addomesticato, folle in maniera sotterranea, come un elemento che stona all’interno di un contesto perfettamente normale attirando la tua attenzione senza che tu sappia dire perché: questa è la sensazione che mi danno la tranquillità in cui avvolge il giro di basso di Anna calls from the arctic, o l’andamento claudicante di Driver’s story, marginali e sconclusionati frammenti di vita messi in musica e resi ancora più bizzarri (penso di aver usato molto questa parola nell’articolo) dai video realizzati per accompagnarli, brevi scene mandate in loop continuo di rane in un acquario, semafori pedonali e svariata altra accozzaglia di momenti dimenticabili. L’ultimo parto creativo della band è l’Ep Swampy, una di quelle uscite divertenti e divertite che fanno i gruppi che non hanno ancora finito di sperimentare: un paio di inediti, remix vari (quello di Hot penny day è una specie di viaggio in continuo cambiamento nella storia della musica elettronica) e la sensazione che il bello debba ancora venire.
Dovete sapere che Stumpwork nel 2024 si è pure vinto un grammy, quello per il miglior packaging (non sapevo che esistesse): dovete sapere anche che Every day carry, l’ultima traccia di New long leg, non è la canzone che ha ispirato il racconto di Andrea, e se volete sapere chi fosse l’artista che gli ha messo questo testo in testa (oddio che brutta frase. Ma perché non la cancello allora? Risposta: perché amo aprire parentesi) dovete tornare al 1991 e guardare chi ha vinto lo stesso premio portato a casa dai Dry Cleaning nel 2024. Per chiunque non sia appassionato di cacce al tesoro invece qui sotto trovate il racconto, che nella nuova suggestione musicale su cui io e Andrea abbiamo concordato per ragioni d’indipendenza lui ha trovato una concordanza principalmente di ritmo. Ringrazio l’autore per la disponibilità e per la sua penna sempre originale e piena di personalità, vi invito quindi a entrare con noi nel locale dove una donna con dei problemi da risolvere si trova a fissare dall’altra parte del vetro una donna che sembra averne di più grossi: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Maxwell Street, di Andrea Scagliarini
C’è una donna sul marciapiede che mi guarda attraverso il vetro della tavola calda. Seduta al mio solito posto attendo una persona che non arriva. Odore di caffè e colazioni. Non c’è nessuno in giro, qui piove sempre. Odio questa città. Verso il latte e guardo da un’altra parte. Fingo di leggere il giornale. Ci sono notizie di morti, inondazioni, guerre, terremoti, emergenze umanitarie, riscaldamento globale, violenze domestiche. Lei è sempre lì. Forse si sta solo specchiando. I suoi capelli cominciano a bagnarsi. Ora si aggiusta le calze sollevando la gonna. Mi sembra di averla già vista, mi ricorda un’alcolista che si aggira nel quartiere. Ma non è di quelle che dormono per strada, che non si lavano o ti chiedono soldi con insistenza. Vorrei domandare al proprietario se la conosce, ma è impegnato a salutare un’amica. Alta, bionda, un impermeabile bianco, sicura di sé. Ha scosso l’ombrello e ora ricambia il saluto con un bacio su entrambe le guance. Suonano le campane della cattedrale cattolica, quella immensa con le guglie tra le nuvole e il transetto trasversale. Il mio tempo è scaduto. Lui oggi non arriverà.
Ogni giorno, lo aspetto. Qui, seduta al tavolo, al nostro posto. Qualche volta arrivava in ritardo. Fingevo rabbia o stupore. Entrava, si inchinava, sorrideva, balbettava una scusa o si giustificava come un adolescente fragile in cerca di attenzioni. Si trasformava in un attore di prosa e iniziava a recitare raccontando una storia che partiva da lontano. Imitava voci sconosciute con accenti esotici. Produceva rumori con la bocca, descriveva luoghi, porti, città, villaggi con le immagini e i colori del Mediterraneo. Passavano i minuti, il suo caffè si raffreddava. Alla fine, rimaneva in silenzio e guardava nel vuoto. «No, no, scusami. Ti ho mentito. Lo sai che quello che racconto non è mai vero». Lo osservavo con astio, trattenevo il mio odio e qualche volta gli prendevo la mano. Siamo stati vicini quasi un anno, ma non poteva durare. Lo sapevamo entrambi.
Ho scoperto che lui non esisteva. Sono andata a cercarlo dove diceva di abitare. Ho parlato con i proprietari dell’immobile, interrogato uscieri e vigilanti, ma nessuno lo conosceva. Nessuno lo aveva incontrato. Diceva di essere uno scrittore turco in esilio. Forse, non era vero, forse non era turco, ma mi piaceva quel suo accento duro e misterioso. E così come mi era apparso con discrezione, un giorno qualsiasi era uscito di scena con il suo campionario di racconti inverosimili portandosi dietro i soldi che gli avevo anticipato per pubblicare il suo primo libro di racconti. Neanche un biglietto d’addio.
Ha smesso di piovere. La pioggia che ha lavato i marciapiedi ha portato via tutto. Anche l’angelo sterminatore che parlava con il proprietario della caffetteria non c’è più, è volato via. Ormai, mancano pochi minuti. Mi tiro giù la gonna senza farmi notare. È ora di uscire, di camminare lungo una strada, di prendere il mio treno e non tornare più indietro.
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