Qualche domanda sulla scrittura, parte tre: Giulia Sara Miori e Alessandro Busi

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo terzo appuntamento abbiamo contattato Giulia Sara Miori e Alessandro Busi, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti.

Da quanto scrivi?

GSM – A tempo perso, dal 2018. Seriamente, dal 2020: durante il covid non sapevo che fare, e così ho deciso di scrivere un paio di racconti e di inviarli alle riviste che mi parevano più interessanti. Se non rispondono entro una settimana lascio perdere, mi sono detta. E invece mi hanno risposto subito.

AB – Stavo per rispondere che scrivo dal 2003, quando partecipai a un concorso di racconti indetto da un paese della provincia in cui sono cresciuto.
Stavo rispondendo così per vergogna. Perché, se ammettere di scrivere è di per sé qualcosa che si accompagna all’esclamazione Chi ti credi di essere!, ammettere di aver speso gli anni dell’adolescenza scrivendo poesie, porta l’imbarazzo a livelli ancora più alti.
Ma sarebbe ingiusto ometterlo. Peraltro, più scrivo, più mi rendo conto di quanto quel periodo così ingenuo sia stato significativo. In quegli anni ho capito che mi interessava raccontare storie e non scrivere poesie. E poi ho imparato il ritmo, ne ho accolto la sovranità per la costruzione della frase.
La mia strategia era mettere una canzone in cuffia (Footsteps dei Pearl Jam era la più inflazionata), ignorare il testo e scriverne uno io, mantenendo la metrica.
Da lì sono arrivati i testi per i gruppi nei quali cantavo e solo dopo, appunto in quel 2003, l’approdo alla narrativa, amore esclusivo da cui non mi sono più staccato.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav* a fare questa cosa”?

GSM – L’ho sempre saputo, ma di scrivere non me ne importava niente. Era qualcosa che mi riusciva senza fatica, e a me era stata inculcata la retorica del duro lavoro.

AB – Da adolescente ed è stata colpa di mio padre.
Io scrivevo di pomeriggio. Alla sera, quando lui preparava la cena, lo raggiungevo in cucina per aiutarlo, gli portavo il quaderno e lui leggeva. Difficilmente mi diceva che ero bravo, ma mi chiedeva il perché di quella storia – le mie poesie erano racconti brevi, alla fin fine -, mi diceva cosa lo faceva pensare. Ero colpito da quanto seriamente prendesse quello che gli proponevo.
Ancora oggi mi preme poco (talvolta mi irrita proprio) sentirmi dire o dirmi che sono bravo. Mi piace, invece, vedere qualcuno che si emoziona, che si offende, che si infastidisce, che gioisce, che vuole parlarmi di quello che ho scritto. Mi piace quando scrivo e mi commuovo, oppure mi arrabbio, oppure quando – dopo una sessione di scrittura lunga – faccio fatica a uscire dagli occhi dei personaggi.
Allora direi così: la prima volta in cui ho pensato “Quello che scrivo influisce nelle emozioni di chi legge e nelle mie” è stato da adolescente, mentre io e mio padre apparecchiavamo il tavolo.

Hai un metodo di scrittura?

GSM – No, e se ce l’ho non è qualcosa di cui sono consapevole. Non mi piace scrivere la sera, preferisco la prima parte della giornata, quando la mente è fresca. Non ho taccuini, non vado in giro a prendere appunti. Però riesco a scrivere più o meno ovunque, e a volte l’ho fatto anche in situazioni improbabili. Ho una grande capacità di isolarmi, se necessario. Quando lavoro a un romanzo tendo a chiudermi in casa, mangio quando capita, sono in uno stato di eccitazione perenne, fumo troppo, non vedo nessuno. Convivevo con un uomo, ci siamo lasciati perché diceva che ero completamente assente, che lo trattavo come una pianta o un soprammobile. Non m’interessava più nulla della casa, non riordinavo, c’erano libri sparsi ovunque, vestiti ammonticchiati sul divano, mi alzavo a mezzogiorno e andavo a letto alle quattro. Insomma, la scrittura ha cannibalizzato tutto il resto.

AB – Non ho mai pianificato un metodo, ma negli anni ho riconosciuto delle ricorrenze.
Tutto inizia con una fase di elaborazione sottotraccia in cui, grazie alle suggestioni più varie – dalle letture alle mostre, dai dialoghi origliati alle pubblicità a lato strada – ronzo attorno a un tema che mi sta a cuore. Questa elaborazione sfocia nella possibilità di scrivere quando ho in mente un* protagonista che possa portare sulle proprie spalle la storia che voglio raccontare.
La costruzione psicologica dei personaggi è il mio velo svelato. Mi serve che i protagonist* siano sistemi di senso sufficientemente complessi in modo da poter stare nelle loro teste per tutto il tempo di cui ho bisogno.
Il resto – voce, stile, ritmo, dialoghi, architettura, trama… – è conseguenza.
Fra i personaggi che esploro ci sono anche io-autore, per comprendere come mai voglio dedicarmi proprio a quella storia in quel momento della mia vita, per sentire se mi emoziona.
Questo aspetto è rilevante perché, dopo una prima stesura generalmente precoce e non troppo dilatata nel tempo, mi dedico a un lungo lavoro di revisione e riscrittura, che può durare anni. Capisci che ho bisogno di sentire forte l’investimento verso quella determinata storia.
Ti direi quindi che la struttura è: elaborazione più o meno consapevole, costruzione dei personaggi, scrittura operativa e revisione.
Dentro a questa struttura, le cose cambiano. Un esempio: per il romanzo che sto scrivendo ho sperimentato la scrittura a mano, che fino a un anno fa avrei semplicemente definito non-mia.
Lo stesso vale per il luogo in cui scrivo. Le stanze di casa, nelle diverse case in cui ho abitato, le ho usate tutte. In questo periodo prediligo una biblioteca in centro.
Due costanti sono: la lettura ad alta voce (non in biblioteca, certo) e l’aiuto che chiedo ad alcune persone fidate.
Ti direi quindi che ho sviluppato una struttura ricorrente, nella quale posso fare diversi esperimenti di metodo.

Ti è capitato di avere il blocco dello scrittore e/o pensare “non ho più un cazzo da dire”?

GSM – Può capitare di trovarsi a corto di idee. Di solito a me succede dopo aver terminato di lavorare alla stesura di un romanzo. È normale, ci vuole un po’ di tempo per riprendersi. In quel caso, secondo me bisogna uscire, distrarsi, frequentare gente strana, andare a qualche festa, ubriacarsi. Oppure avere una storia d’amore travagliata… le storie d’amore travagliate aiutano. Poi però vanno interrotte, altrimenti può essere pericoloso per la scrittura. L’amore e la scrittura per me sono inconciliabili. Ovviamente non è una regola, dipende dal carattere. Io tendo a vivere tutto in maniera estrema, per cui… o scrivo o raccolgo materiale, diciamo. Anche leggere aiuta, ma dipende da quanto è grave il blocco. Però ecco, non avere più un cazzo da dire mi sembrerebbe strano. C’è sempre qualcosa da dire: basta vivere, osservare.

AB – Per me blocco e non ho più un cazzo da dire sono due momenti diversi.
Il non ho più un cazzo da dire mi succede soprattutto alla fine dei romanzi, è immediato. La sensazione liberatoria e spaventosa di essere un silos svuotato.
Il blocco è successivo e più logorante.
Nel blocco certe volte non riesco proprio a scrivere, certe altre mi sembra di fare allenamento e di continuare a riscrivere la stessa storia, di girare attorno allo stesso punto, con personaggi e ambientazioni diversi.
Mi sono fatto l’idea che sia una fase di latenza in cui solo apparentemente non succede nulla, ma corrisponde al tempo in cui quel silos, fuori dalla mia consapevolezza, si sta riempiendo della nuova storia.
Nei periodi di blocco mi ripeto questa ipotesi esplicativa e mi dico che non c’è niente di cui preoccuparsi, ma la frustrazione è così forte che è difficile credere di tornare a vivere una nuova fase di creatività operativa. Eppure, fino a ora, è sempre successo.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

GSM – Non mi interessano i rifiuti: preferisco concentrarmi sui progetti che vanno in porto. Ricevere qualche rifiuto fa parte del mestiere, non bisogna fissarsi. Può essere che un certo testo abbia dei problemi o che non vada bene per quell’editore in quel momento. Le ragioni possono essere tante, ma se il libro è buono prima o poi troverà una collocazione, e se non lo è basta accantonarlo e scriverne un altro. Devo dire che finora di rifiuti ne ho ricevuti pochissimi, sono stata fortunata, ho sempre trovato persone che hanno creduto nel mio lavoro.

AB – La mia compagna dice: «Dei romanzi che scrivi, ne esce uno su due.» È ottimista, perché in verità ne è uscito uno su tre.
I non-usciti non corrispondono a un rifiuto, ma a svariati tentativi con editori, agenti e via dicendo. Un mucchio di no.
Ho vissuto spesso questa esperienza: racconti o romanzi che piacciono moltissimo a qualcuno e che qualcun altro trova non pubblicabili. Grandi speranze e grandi delusioni. Questa condizione mi ha permesso di incontrare no e sì argomentati in modo puntuale, per cui riconoscevo la differenza fra la stima verso la mia scrittura e la valutazione del testo specifico. Questo per me è di grande aiuto per mantenere i giudizi circostanziati.
Quindi, non so quanti no e sì ho ricevuto, ma, se tengo insieme tutte le pubblicazioni, credo di dover dare ragione alla mia compagna, più o meno ho visto pubblicato un 50% di quello che ho proposto a editori e riviste.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

GSM – L’ho pensato leggendo Nemirovsky. Un talento incredibile, non oso immaginare a cos’altro avrebbe potuto scrivere se non fosse stata deportata ad Auschwitz.

AB – Torno al discorso di prima. Per me la bravura è un discrimine marginale. Piuttosto penso “io non sarò mai così”. Alle volte, è uno stimolo per provare a sperimentare nuovi modi di scrivere; altre volte, l’ho pensato in termini di accettazione delle differenze e delle scelte individuali; altre ancora di ammirazione.
Un processo lungo è stato ed è quello di legittimare la mia scrittura, che sia sì il frutto di tutte le imitazioni che ho fatto e faccio e anche specifica. Per questo, mi ci sono voluti anni per accettare (come vedi dalla lunghezza delle mie risposte) che io sono molto più verboso di Raymond Carver, più emotivo di Don DeLillo, più pudico di Anais Nïn e via dicendo.
Da lettore-scrittore mi capita di meravigliarmi di fronte alla capacità di alcun* di ragionare in modo letterario – ovvero con un ottimo compromesso fra chiarezza e sospensione, coerenza e allentamento dei legami causali. Solo per fare alcuni nomi, Roth, Cusk, Carrère, Smith (Zadie)…
Con quest*, quindi, ti direi che sperimento l’ammirazione verso modi di pensare e scrivere che sento essermi inaccessibili o accessibili solo in parte. Forse questo lo possiamo mettere sotto il cappello io non sarò mai così bravo.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?

GSM – Amsterdamsestraatweg, un racconto uscito su minima&moralia nel 2023. Il finale lo trovo particolarmente riuscito.

AB – Il testo di cui sono più orgoglioso è uscito a ottobre del 2024 nell’antologia L’ora senza ombre, curata dalla rivista In allarmata radura ed edita da Pidgin. Si intitola Rubacuori.
Come da vincoli che ci erano stati dati, è un testo di autofiction che coniuga narrativa e saggistica.
Devi pensare che, per anni, io ho ritenuto incompatibili il mio essere psicologo e scrittore; poi ho cercato, provato, rinnegato, cercato di nuovo modi possibili per far coabitare queste due parti di me.
Rubacuori lo ritengo, per ora, l’esempio meglio riuscito. Per quanto mi riguarda, è un testo che ha fissato la nuova asticella stilistica ed emotiva che cerco in quello che scrivo.
In più, è dove racconto (e quindi rigenero) un po’ della mia vita dopo il suicidio di un mio caro amico. Quel suicidio è avvenuto nei giorni in cui editavo un altro racconto (Pit: appunti sulla solitudine e sui modi per sopravviverle), proprio con In allarmata radura. Da quel momento ho capito che questa rivista è un posto sicuro e severo, come sono le case scelte, quelle in cui si cresce. Per questo mi sono sentito di sperimentare con loro quel mentire per dire la verità che spesso viene citato per definire la letteratura.

Giulia Sara Miori vive a Milano. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste italiane (minima&moralia, nazione indiana, l’indiscreto, altri animali). Nel 2021 ha pubblicato la raccolta Neroconfetto (Racconti edizioni). Nel 2024 è uscito il suo romanzo d’esordio, La ragazza unicorno (Marsilio). 

Alessandro Busi è psicologo e scrittore. Per la casa editrice Pièdimosca ha pubblicato nel 2021 il romanzo Fino all’inizio e, nel 2022, il racconto Niente di niente di me nell’antologia Multiperso. Nel 2024 il suo saggio narrativo Rubacuori è stato inserito nell’antologia L’ora senza ombre edita da Pidgin. Suoi racconti sono usciti per varie riviste letterarie.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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