Salire sul carro dei vincitori: Anora

Probabilmente è stato il 2015 l’anno in cui ho capito che le cose non dovevano per forza andare sempre nello stesso modo. Me ne sono accorto in ritardo, perché Birdman di Alejandro González Iñárritu non l’avevo visto al cinema e ho dovuto aspettare una visione post-premiazione come miglior film per rendermi conto che… come dire… non era il film che mi aspettavo potesse vincere come miglior film agli Oscar. Dov’è la storia edificante? Com’è che più che un dramma sembra una farsa? L’avevo adorato, Birdman, ma niente mi toglieva dalla mente che potesse rimanere un’eccezione meritevole all’interno di un sistema che, lungi dal dire che premia brutti film, privilegia sicuramente storie che hanno un certo pathos. Da lì in avanti però mi sembra di poter affermare, da semplice appassionato quale sono, che Hollywood ha fatto un po’ fatica a capirci qualcosa: accanto a film istituzionalmente portatori sani di un MESSAGGIO come Il caso Spotlight, Moonlight e Green book si sono seduti Parasite ed Everything everywhere all at once, che pure un messaggio lo avevano ma veicolato attraverso uno stile che tutto è meno che istituzionale. Ne sono felice? Sì, anche se ogni tanto il sistema impazzisce e l’academy premia CODA – I segni del cuore che poverino, io non voglio per forza mettergli la croce addosso senza averlo visto, ma ho sentito meno polemiche per il Pallone d’oro a Matthias Sammer (qui mi capiranno solo gli appassionati di calcio).

Ho pensato subito a questo cambio di paradigma vedendo Anora, in tempo per poter dire “l’ho visto prima della premiazione!” ma non certo per poter affermare “ci ho creduto quando ancora nessuno pensava potesse vincere”. Potremmo parlare per ore di come il favorito di un mesetto fa, Emilia Perez, sia stato mediaticamente affossato per motivi non strettamente cinematografici (c’è da dire però che la “lotta” fra le due pellicole andò alla stessa maniera anche al Festival di Cannes), ma non avendolo visto avrei poco da dire: so solo che la pellicola di Sean Baker è proprio quel tipo di film che, vedendo lo storico degli academy awards, di solito non solo non vince ma neanche ci si avvicina alla statuetta, magari giusto la candidatura come contentino ma senza mai, MAI essere considerato un possibile outsider. E invece.

Di che parla Anora, per quell* che non hanno ancora incrociato un articolo che promette di spiegare dettagliatamente il film (senza che ci sia niente di particolare da spiegare)? Parla proprio di Anora (Mikey Madison), una giovane spogliarellista di origini russe che arrotonda al di fuori dell’orario di lavoro come escort, e del suo incontro nel locale dove si esibisce con Vanja (Mark Ėjdel’štejn), danaroso e frivolo cliente che scopre ben presto essere il figlio di un oligarca russo. Vanja coinvolge Ani (il nome con cui si presenta a tutt*, perché quello vero non le piace) nel suo mondo fatto di spese pazze e feste dove droga e alcol si sprecano, e noi con lei finiamo a correre di qua e di là, con un ritmo e una leggerezza che dimentica tutte le possibili implicazioni morali di ciò che stiamo vedendo e mostra semplicemente i due e il loro gruppo di amic* fare l* ventenni e godere della loro gioventù con mezzi che probabilmente nessun* ventenne che legge questo blog ha a disposizione. Ma tutto ciò che è bello finisce (o così dicono quell* sagg*), Vanja deve tornare in Russia per iniziare a lavorare col padre all’azienda di famiglia (e resta nel non detto, visti i tempi in cui viviamo, di cosa si occupi l’oligarca russo) e Ani rischia di tornare alla vita di tutti i giorni, pur con il conto in banca più florido. A meno che Vanja, sposandosi, acquisisca la cittadinanza statunitense e resti ad abitare lì, nella sua villa lussuosa, mandando affanculo quegli stronzi dei suoi genitori (parole sue): e dove si può fare questo in pochissimo tempo?

Viva Las Vegas! (l’ho fatto pure io)

Sembra la storia di Pretty woman (citato apertamente in alcuni punti), vero? Solo più stracciata, scevra di tutto quel luccichio da fiaba che ti aspetti da una commedia romantica. E Anora pure resta nei ritmi della commedia, anche quando i poco comprensivi genitori di Vanja scoprono cosa ha fatto il loro figlioletto, ma di romantico resta ben poco quando entrano in gioco i faccendieri armeni T’oros (Karen Karagulian) e Gařnik (Vače T’ovmasyan) e il loro sottoposto Igor (Jurik Borisov), incaricati di mettere le cose a posto prima dell’arrivo della coppia dalla Russia: da lì inizia infatti un film di Guy Ritchie, solo senza gangster londinesi e tipi uno più pazzo dell’altro ma con quel tocco di umanità in più.

Sean Baker ha ringraziato Quentin Tarantino in uno dei suoi discorsi sul palco degli Oscar, e non solo perché Madison l’ha scritturata senza nemmeno sapere di cosa avrebbe parlato il proprio film dopo averla vista in C’era una volta… a Hollywood: è evidente che lo stile e il ritmo delle pellicole di Tarantino hanno influenzato Baker (se ho tirato fuori il nome di Ritchie è perché, quando si sente in forma, probabilmente è l’emulo con più personalità propria sul campo), ma allo stesso tempo il regista di Anora riesce a metterci tanto del suo, portandoci in un mondo strano e indefinito in cui i gorilla sono sensibili (Borisov è perfetto nel proprio ruolo, spaesato eppure acuto nelle sue analisi), i faccendieri sembrano non sapere esattamente come fare il loro lavoro (se ve li state immaginando come sgherri mafiosi non avete ancora visto T’oros litigare in un locale con un gruppo di giovani che, a suo dire, hanno perso i bei valori di una volta, come un qualsiasi anziano) e Ani, lungi dall’essere spaventata dalla situazione in cui si ritrova catapultata, lotta con le unghie, con i denti e con i calci (letteralmente) per la legittimità del suo matrimonio, in equilibrio precario fra un amore che viene difficile immaginare così forte (innamorarsi in quindici giorni, sembra il titolo di un’altra commedia romantica) e un calcolo economico che maschera molto bene.

Mai sottovalutare l’amore e l’interesse economico di una donna

Madison è una forza della natura nel ruolo di Anora, e per quanto possa dispiacere per Demi Moore l’Oscar se lo è meritato tutto: è un contenitore di energia impossibile da fermare, viaggia al ritmo serrato del film e ogni tanto sembra quasi che il film faccia fatica a starle dietro. Se Anora funziona così bene è però merito di tutto, da un cast totalmente in palla (meritano una menzione, fra quelli non elencati in precedenza, almeno il gruppo di amic* di Vanja e Diamond, la collega stronza di Ani interpretata da Lindsey Normington) a una sceneggiatura e un montaggio che fanno volare il film senza che si perda un dettaglio (il battesimo! La mazza nel negozio di dolciumi!), tutto compresso in un film che dura due ore e passa come se ne durasse una e ti fa gridare ancora, ancora! Io gli altri film in concorso non li ho visti, e magari The brutalist e Conclave avevano le loro carte da spendere, ma sono stato tanto contento di leggere questo risultato agli Oscar il lunedì mattina e mi sento parzialmente rimborsato delle sconfitte di Martin McDonagh, uno che soprattutto con Gli spiriti dell’isola ha portato in gara un tono non da statuetta e infatti non l’ha vinta.

Forse fra dieci anni ci ricorderemo di Anora come ci ricordiamo di Crash – Contatto fisico, uno di quei film che vince e a distanza di tempo ti chiedi come abbia fatto, ma ora godiamoci Sean Baker e cavolo, andiamo a rovistare fra i film che ha fatto durante la sua lunga militanza nel cinema indipendente in attesa che diriga un Fast and furious a caso (pare sia davvero il suo sogno). È un film divertente, perfettamente calato nella sua ambientazione (Baker sul palco ha ringraziato anche le sex worker con cui ha parlato per mettere a punto la sceneggiatura), che ti lascia col fiato sospeso in attesa di un finale che temi di conoscere già ma speri comunque, contro ogni pronostico, di veder andare diversamente. Ho solo un appunto da fargli: caro Sean, quando metti un pad in mano a un attore assicurati che sappia almeno un minimo cosa sta facendo, perché vedere Vanja schiacciare tasti a caso mentre gioca online (cosa di cui non mi sono accorto solo io, anche se da questo articolo si scopre un interessante inside joke) è una stilettata al cuore di ogni videogiocatore che si rispetti.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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