In Nord Kivu, una regione della Repubblica Democratica del Congo ricca di minerali (dai diamanti a qualunque risorsa che possa far funzionare il dispositivo elettronico da cui state leggendo queste righe), i guerriglieri della milizia antigovernativa M23 hanno annunciato lunedì 27 gennaio di aver preso il controllo della più grande città della zona, Goma. La situazione attuale è solo l’ultima fase di una scontro che si protrae da quasi vent’anni e che ha motivazioni ufficiali (M23 sostiene di difendere i diritti dei Tutsi in Congo contro quelli degli Hutu, i maggiori gruppi etnici nella zona dei Grandi Laghi) e ufficiose (il controllo della zona porta alle milizie e al Ruanda, alleato ombra in questa diatriba, un enorme ritorno economico). La notizia ha avuto più risonanza mediatica di quanto mi aspettassi, perché la zona non è notoriamente fra le più coperte dalla stampa, sia essa cartacea, televisiva o radiofonica (esistono le eccezioni, e ne trovate qualcuna in questo articolo di marzo 2023 dove, guarda un po’, veniva citato anche il Nord Kivu): in generale la mancanza di approfondimenti costanti relativi ai conflitti nell’Africa tutta rischia di appiattire il discorso e renderlo generico, perché quello che tuttora viene soprannominato “continente nero” è un focolaio di conflitti, dalla guerra civile in Sudan ai vari golpe che falcidiano la zona del Sahel (zona dove oltretutto si muove parecchio anche l’ISIS, di cui però da queste parti ci scordiamo se non attentano alla nostra vita). Privati di elementi di contesto vien da pensare che sia nella loro natura essere bellicosi, no?
Ecco, proprio no. Ci può aiutare a capire come mai conflitti come quelli accennati sopra accadono conoscere, ad esempio, il modo in cui gli imperi coloniali hanno posti le basi per spartirsi a tavolino il continente nella Conferenza di Berlino, svoltasi fra il 15 novembre 1884 e il 26 febbraio 1885, delegittimando l’autodeterminazione delle popolazioni autoctone e dando il via a una stagione di saccheggi e barbarie giustificata con metodi che già nel 1915 lo scrittore e attivista W. E. B. Du Bois definiva “spregevoli e disonesti oltre ogni dire” e che, oltretutto, hanno portato alla creazione di confini che avevano senso per gli europei (gli Stati Uniti, che certo non hanno lesinato porcate in giro per il mondo, ebbero però la decenza di non firmare l’accordo trovato a Berlino), non certo per gli africani. E questo quando avevano un senso.
Solo il trenta per cento dei confini del mondo si trova in Africa, eppure quasi il sessanta per cento delle dispute territoriali che sono arrivate alla Corte internazionale di giustizia provengono da lì. Quel che alimenta tutte le tensioni è l’assoluta confusione su dove finisca un paese e ne cominci un altro. Due terzi dei paesi africani sono stati coinvolti in qualche lotta sulla loro forma e su ciò che costituisce la loro identità nazionale. Molte di queste dispute sono state mortali. Altre hanno chiesto la traduzione di confini imprecisi, che sembrano tracciati su una lavagna magica (e una lavagna magica è molto più facile da cancellare).
Esemplare il caso dei somali, che in un’area a cultura prevalentemente nomade si ritrovarono improvvisamente con le risorse idriche in uno stato e i pascoli in un altro, come spiega il professore universitario nigeriano Anthony Asiwaju in una delle pagine di L’Africa non è un paese, saggio scritto da Dipo Faloyin e pubblicato pochi mesi fa da Iperborea all’interno della collana Altrecose curata da Il Post. Giornalista britannico di origini nigeriane, nato a Chicago e cresciuto a Lagos, Faloyin ha concentrato all’interno del suo libro un compendio delle narrazioni sbagliate e deficitarie che contribuiscono a rendere un continente composto da più di cinquanta nazioni un corpus unico, dove ci si sveglia all’alba nella savana e le mosche gironzolano intorno a bambini denutriti, tanto per citare due delle immagini più abusate. Non lo fa però con rabbia, sentimento che sarebbe pure giustificato viste le storie che si trovano all’interno di queste quattrocento e passa pagine, ma con ironia, mostrando le crepe di quella narrazione unica e spiegando con invidiabile capacità divulgativa quelle differenze che difficilmente riusciamo a cogliere da così lontano, sulla scia di quanto fatto dallo scrittore e attivista keniota Binyavanga Wainaina.

Ovviamente riuscire a ridare dignità con un libro alla moltitudine di nazioni (e soprattutto di etnie all’interno e fra le nazioni) che compongono l’Africa è un’impresa titanica per cui non basterebbe una vita, e Faloyin ci tiene anche a precisare in una nota introduttiva che “Io non sono genericamente africano. Io sono nigeriano. E questo libro esprime il mio punto di vista di nigeriano”: quello che decide di fare è prendere spunto da alcuni fatti storici, come la Conferenza di Berlino di cui sopra o le razzie di manufatti e opere artistiche compiute dagli imperi coloniali, per mostrarci perché accadono determinati eventi e cosa c’è oltre questi, ovvero una realtà non così dissimile dalla nostra per alcune dinamiche e unica per altre.
T’Challa per esempio: è il re di una grande e orgogliosa nazione dell’Africa orientale, ne consegue che dovrebbe parlare la lingua di quella zona. Invece la Marvel, quando Boseman ha interpretato il ruolo per la prima volta in un cameo di Captain America: Civil War, ha voluto che avesse un accento britannico – ovvero quello del maggior colonizzatore in Africa. Si temeva che altrimenti il pubblico non sarebbe stato in grado di identificarsi con l’eroe, o di capire quello che diceva. Ma Wakanda non era mai stato colonizzato dagli inglesi, quindi da dove saltava fuori quell’accento? La Marvel ha pensato che far studiare T’Challa nel Regno Unito potesse offrire una spiegazione.
Boseman ha rifiutato.
In otto sezioni, alternando macrotemi come quello dei confini e del “mito” del salvatore bianco a questioni più popolari come la diatriba fra numerosi stati su quale sia la ricetta migliore del riso jollof (per l’autore, dichiaratamente di parte, è quella nigeriana), Faloyin getta luce su come ci siano dinamiche che noi fatichiamo a capire perché cerchiamo una chiave unica per un contesto multisfaccettato. Emblematica è la quarta parte, La storia della democrazia in sette dittature, dove attraverso esempi specifici mostra che il famigerato “fallimento dei leader africani” non è dovuto alla mancanza di capacità ma a situazioni complesse e uniche per ogni luogo, rese ancora più complicate da rimescolamenti etnici e lotte di potere su cui invece i governi esteri faticano ad ammettere il proprio contributo.
Come si fa a risolvere in poco spazio ad esempio la storia di Paul Kagame, Presidente del già menzionato Ruanda? Cresciuto in un campo profughi in Uganda a causa della cacciata dei tutsi da parte degli hutu nel suo paese e diventato leader ribelle negli anni ’80, Kagame è al centro di una rete di eventi che ha la sua pagina più nera nel famigerato genocidio, quando nell’arco di cento giorni i leader hutu, manovrando mediaticamente a proprio favore l’uccisione del presidente ruandese Juvénal Habyarimana (tuttora è ignoto se siano stati i ribelli o gli stessi leader, motivati dal rifiuto per gli accordi di pace appena firmati, a pianificare l’abbattimento del suo aereo), spinsero la popolazione a massacrare i propri vicini di casa per motivazioni prettamente etniche: da vicepresidente e capo dell’esercito nel 1994 e da Presidente dal 2000 a oggi Kagame ha frenato il riemergere di violenze, promulgando ad esempio leggi contro i discorsi d’odio legati all’etnia (eh ma insomma, non si può più dire niente!), ed ha risollevato l’economia (il Ruanda mira a diventare una nazione ad alto reddito nei prossimi trent’anni), introdotto un sistema sanitario nazionale e progettato importanti riforme scolastiche; allo stesso tempo i suoi detrattori politici tendono a morire, le tensioni etniche, tenute a freno in patria, tendono a riverberarsi nella confinante Repubblica Democratica del Congo, dove milioni di hutu si sono traferiti dopo che il Fronte Patriottico Ruandese da lui comandato ha preso il controllo della nazione e, se proprio vogliamo mettere altra carne al fuoco, si è distinto anche per gli accordi (per fortuna falliti) stretti con il governo conservatore britannico (per fortuna caduto) per far deportare i migranti sul proprio suolo, un modello che in Italia abbiamo deciso di copiare invece di prendere esempio che so, dalla Spagna.
Può essere difficile da capire, ma solo se lasciate che lo sia. In realtà è tutto molto semplice.
Cominciamo da cose su cui c’è un ampio consenso: il novanta per cento dei beni che rappresentano l’eredità culturale dell’Africa è conservato fuori dal continente. La stragrande maggioranza di questi manufatti – centinaia di migliaia, forse di più – è stata trafugata durante le razzie coloniali. Poco dopo averli rubati gli invasori vendevano quei tesori, a volte il giorno stesso. Alcuni sono finiti in collezioni private, ma per lo più sono finiti nei musei, gli stessi musei in cui si trovano tuttora. Gli oggetti esposti rappresentano solo una piccola percentuale del totale in loro possesso. La maggior parte di questo prezioso bottino è stata accumulata, nascosta e chiusa nelle viscere delle più illustri istituzioni del mondo occidentale, lontana dalla portata dei visitatori e certamente fuori dalla portata dei paesi africani a cui è stata rubata, nazioni che da più di cinquant’anni sono costrette a mendicare i propri tesori.
Capire questo non può che portare a un’ovvia domanda etica: come hanno giustificato i musei la proprietà di tesori che sono stati sistematicamente e deliberatamente rubati con la violenza e i cui proprietari invocano da allora la loro restituzione?
Ecco come: i musei si sono accordati per una messinscena collettiva che presenta la questione come un enigma irrisolvibile. La realtà, ripeto, è molto semplice: il novanta per cento dei beni che rappresentano l’eredità culturale dell’Africa è conservato fuori dal continente. Ed è stato rubato mediante violente campagne militari.
Il “white savior” con cui i potenti della Terra giudicano l’operato dei leader di nazioni di cui ignorano la storia (quando la degnano d’attenzione o non la sfruttano per i propri fini, vedi USA e URSS ai tempi della guerra fredda e più o meno gli stessi attori tutt’oggi, con l’aggiunta della Cina e con dinamiche lievemente diverse) è paragonabile a quello descritto nella terza parte, La nascita del mito del salvatore bianco, ovvero come non essere un salvatore bianco e fare comunque la differenza, dove Faloyin, partendo dall’incredibile caso del documentario Kony 2012 (qui un breve riassunto wikipediaro), mostra come il mondo occidentale ha perlopiù pensato di aiutare le nazioni africane senza chiedere di cosa abbiano bisogno. Da Madonna che si stizzisce pubblicamente perché il governo del Malawi non la tratta da vip dopo che ha adottato due bambine di quella nazione a Bob Geldof che raccoglie fondi con una canzone, Do they know it’s christmas?, il cui testo oggi appare terribilmente cringe, per arrivare alle pubblicità di Ong che, ancora oggi, fanno leva sull’emotività (citando la dichiarazione dell’esperto di sviluppo Jorgen Lissner pubblicata nel libro “Un numero consistente di pubblicitari insisterà che nulla può battere il bambino che muore di fame in quanto a «redditività»… [ma] l’immagine del bambino che muore di fame va considerata immorale, in primo luogo perché si avvicina pericolosamente alla pornografia”), questo tipo di aiuto ha sicuramente dei meriti ma nel migliore dei casi aiuta anche a perpetuare stereotipi, quando non arriva a giustificare crimini politici (la carestia in Etiopia che ha dato la spinta morale a Geldof è stata prima nascosta e poi sfruttata dal governo etiope per finanziare una politica di spostamenti forzati) o danneggiare gli stessi governi che vuole aiutare (a seguito della diffusione incontrollata del video Kony 2012, e della campagna di sensibilizzazione a monte dello stesso, l’Uganda vide crollare il proprio flusso turistico dopo anni di forte ripresa).
Celebrità, potete prendere esempio da Marcus Rashford del Manchester United. Negli ultimi anni ha utilizzato la sua influenza per aiutare i bambini più poveri della Gran Bretagna, costringendo in più occasioni il governo a invertire le sue politiche sulle mense scolastiche gratuite e su altri programmi alimentari essenziali. Rashford ha ottenuto questo risultato senza dover condividere immagini di bambini bianchi britannici seminudi che rovistano nei cassonetti a Leeds o a Nottingham o in Cornovaglia, con un sottofondo di musica per pianoforte e i loro genitori rannicchiati in un angolo della stanza, abbattuti dalla miseria. Non ha chiesto a musicisti africani di riunirsi per girare un video musicale che mettesse in luce la cruda realtà della miseria nel Regno Unito. Rashford ha costruito un movimento attraverso fatti e informazioni. Ha usato la sua piattaforma per amplificare le voci di organizzazioni locali e di professionisti esperti nel comprendere i difetti del sistema e il modo migliore per risolverli. Si è rivolto direttamente alla persona più in alto, il primo ministro britannico Boris Johnson, e non, come gli autori di Kony 2012, ad altri leader stranieri, a migliaia di chilometri di distanza. Soprattutto, le famiglie in difficoltà sono state trattate con la dignità che meritavano.
Non ci sono solo problematiche portate alla luce in L’Africa non è un paese ma anche la descrizione di una Lagos tentacolare e affascinante, il resoconto di movimenti dal basso come le proteste in Nigeria contro la brutalità del corpo speciale di forze dell’ordine SARS (poi rinominato SWAT senza che nulla cambiasse) o la campagna politica del musicista ugandese Robert Kyagulanyi Ssentamu, conosciuto artisticamente come Bobi Wine, che ha cercato senza successo di spezzare l’egemonia semiautoritaria del Presidente Museveni, il racconto esilarante di tutti gli stereotipi hollywoodiani sull’Africa (la pagina su Indipendence Day da sola vale l’acquisto del libro) e, in generale, tante storie affascinanti a rappresentare puntini che, una volta uniti, ci possono aiutare ad alzare un sopracciglio la prossima volta che sentiremo una descrizione come questa:
Indipendentemente dalla trama, il film deve iniziare con la macchina da presa che sorvola praterie ondulate che si estendono a perdita d’occhio. Lasciate le immagini scorrere sui titoli di testa mentre i nostri occhi si adattano a questa Vera Africa. Nessun segno di una civiltà moderna, tecnologicamente avanzata, deve interrompere visivamente il panorama di queste pianure ondulate: niente edifici alti, strade asfaltate o cartelloni pubblicitari illuminati che reclamizzano costosi profumi.
Terra. Dobbiamo vedere solo la terra.
La risposta di Lagos a questa descrizione la potete vedere all’inizio dell’articolo.
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L’articolo è stato veramente interessante e mostra chiaramente quanto la questione sia molto complessa e abbia radici profonde. In generale uno dei più grandi sbagli mai commessi è stato quello di dividere le nazioni africane come se fossero una specie di scacchiera, senza prendere in considerazione i popoli lì presenti, la cultura, i problemi, niente. Comunque sono sorpreso che si parli molto dell’argomento.
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