Distruggere i personaggi per plasmare delle icone: No Big Deal, l’esordio rockettaro di Rachele Salvini

di Ilaria Petrarca

Leggere questo romanzo è stato come assistere a un’esibizione degli Who perché No Big Deal (edito da Nottetempo) ha un’anima rock ma si atteggia da punk, ma soprattutto perché si arriva alla fine mediante un atto distruttivo.

Ma partiamo dall’attacco. Da subito, a orecchio, si riconoscono le note di una catabasi giovanile.

Se quella sera Lena Marchi avesse deciso di rimanere chiusa nella sua camera di tre metri per quattro in un appartamento muffoso dell’Est End di Londra, non avrebbe mai visto i (No Big Deal), non si sarebbe mai innamorata di Alexander Green, e non avrebbe mai conosciuto Dixon Hein.

(p. 9)

L’anticipazione contenuta nelle prime righe rivela l’ambientazione e i protagonisti per ammiccare alle domande che trascineranno il lettore in un pogo incontrollato: qual è stata la conseguenza di quella scelta? Perché è andata così male? Perché – e questo lo sappiamo tutti – un’apertura di questo calibro non può di certo illanguidirsi in un lieto fine da romance su Wattpad.

Eccoci, dunque, a saltellare su una scaletta fatta per una buona metà dei tormenti di Lena e delle sfighe di Dixon. Le due linee narrative corrono tese come le corde di una chitarra. Entrambi i protagonisti sono figli unici con padri abusanti, madri che non sanno difenderli, amici che non chiedono mai come va e rapporti inesistenti o a dir poco complicati con l’altro sesso. È un bordone destinato a non tenere, e infatti ben presto la musica cambia tono.

Rachele Salvini inserisce una sequenza di spallate che distorce le trame parallele. Il ritmo incalza tra la prima persona ora di Lena ora di Dixon, resa credibile da una scrittura semplice che trova la sua caratterizzazione non nella manipolazione della lingua (come si esprimono), bensì nell’interiorità dei personaggi (cosa provano). I corpi dei protagonisti, in particolare, sono le casse di risonanza di una sofferenza che non si piange mai addosso, anzi, fa sfoggio della propria resistenza fisica. Sulla pelle di Dixon il mediocre “fioriscono lividi come mazzi di fiori”; Lena, complessata dal suo aspetto fisico, si strappa le pellicine, le accumula e le mangia. Entrambi sguazzano in uno squallore subito o ricercato allo scopo di annullarsi tra una birretta prima di essere picchiato o una cannetta dopo essere stata scopata, fraseggiando con scioltezza i loro vent’anni di merda fino a quella sera a Stratford, Londra, in un localaccio come tanti.

Dixon ci va perché suona la chitarra nei (No Big Deal), Lena perché intende recensire la band. Il loro incontro avviene per caso mentre entrambi rincorrono un terzo, ossia la musica, vero mentore di questo viaggio dell’anti-eroe che li attrae come un rabbit hole verso il loro paese delle meraviglie. Le aspettative di riscatto dei due ragazzi si concentrano sull’indie rock, un genere che nasce lontano dalle convenzioni mainstream e ha una voce intimista che risuona le loro inquietudini personali.

Dixon impara a suonare per entrare nel giro giusto, Lena studia critica musicale ispirata da Patti Smith; lui vuole produrre riff di chitarra, lei ne vuole scrivere. Tuttavia, nel momento in cui stanno per evolvere, si incontrano e si specchiano uno nell’altra.

Lena aveva la stessa forza che avevo io: si rialzava e continuava.

(p.298)

Lui era uno fra i tanti per me e io per lui. Avevamo lo stesso bisogno

(p.328).

I limiti comunicativi e la scarsa autostima sono la mestica che li tiene sulla stessa scena, il parquet appiccicoso di un pub sul quale sono sgocciolate troppe birre. Lì Lena scopre la vita sesso droga e rock’n’roll grazie al bassista Ale, presentato con un “sorriso sghembo” (noi che abbiamo letto la saga di Twilight sappiamo quanto quell’aggettivo possa essere insidioso) che si tramuta in un sardonico “sorriso punk”. La relazione con Ale la riscatta, da “cesso” di provincia assurge a “fiery”, cioè una donna focosa, e nella city di London! Dixon invece, guadagnata un’improvvisa popolarità come musicista e orecchiata la prospettiva di una produzione discografica, crede di potersi staccare di dosso l’etichetta di sfigato e la divisa del fast food dove lavora su turni. La musica offre possibilità a entrambi, ma loro non sanno accogliere i cambiamenti, pensano troppo a chi sono e a chi stanno diventando, non seguono il consiglio di Pete Townshend quando dice che “il rock non eliminerà i tuoi problemi, ma ti permetterà di ballarci sopra”. Restano coi piedi appiccicati e la trama procede tra episodi già visti e sentiti, hit antemiche che attraversano le generazioni da decenni: le corna, la dipendenza dalle droghe, il sesso in cambio di autostima, i lavori di merda e la puzza di fritto sui vestiti.

L’elemento che poteva essere sfruttato meglio in questo romanzo per me è proprio la musica. C’è un salto di punto di vista al posto dell’esibizione dei NBD e se Lena li definisce “i nuovi Arctic Monkeys”, non si sente la musica che suonano. Si dice che sono dei “calciamerda”, ossia dei tipi dai modi ruvidi, che però abbozzano testi che parlano di Oblio e Amore – sì, con la maiuscola. I NBD si muovono in una bolla tutta loro, una scena che non dividono con nessuno e dove sembrano essere finiti per caso. Non hanno la passione artistica dei protagonisti de I Commitments, né la carriera dei Way out di David Mitchell, né la chiara fama del Bucky Wunderlick di De Lillo.

Tuttavia, “Bada al senso, e i suoni baderanno a se stessi” dice la Duchessa Brutta di Lewis Carroll, e ha perfettamente ragione. Il romanzo di Rachele Salvini poggia su un senso profondo che fa da solido tappeto armonico alla trama, per questo l’autrice riesce a sviluppare una narrazione avvincente, intima ma mai lamentosa, a suscitare empatia verso i personaggi mentre vengono battuti col vigore che Pete Townshend riservava alle sue chitarre.

Ora, il musicista dei The Who ha confessato che non amava i suoi strumenti e li distruggeva unicamente per manifestare estro artistico: “It’s a performance, it’s an act, it’s an instant and it really is meaningless”. Jimi Hendrix, al contrario, ha incendiato la sua Gibson per sacralizzarla: “you sacrifice the things you love. I love my guitar”. Non importa il motivo, il risultato è lo stesso: si distrugge per mandare un messaggio e credo che la stessa cosa avvenga in questo romanzo. L’autrice infierisce sui protagonisti demolendone speranze e buoni propositi, li spoglia dell’integrità giovanile e ci restituisce delle perfette icone generazionali. Il meccanismo della narrazione alternata, le anticipazioni e le figure retoriche appaiono studiati e funzionali alla costruzione di due sopravvissuti al mosh pit selvaggio che segna l’entrata nella vita adulta, quella che ci si sceglie da sé – gomitate e fregature incluse nel pacchetto.

If you can’t defend yourself, you’ll be everyone’s bitch

(p. 67)

Questa perla di saggezza viene messa in bocca al padre di Dixon, personaggio abusante per antonomasia. Estende le parole di Jennifer Egan: “Il tempo è un bastardo, giusto? E tu vuoi farti mettere i piedi in testa da quel bastardo?“ Il confronto ovviamente è improprio, ma scrivere un romanzo sul disagio giovanile mettendoci dentro la musica significa andarsi a conquistare un angolo di una strada già battuta.

Questo romanzo mi anche ha ricordato un altro esordio recente, che non tratta di musica, Tangerinn di Emanuela Achenbaumm (2024, Edizioni e/o). In entrambe le opere la prosa è paratattica, composta da frasi brevi, pochissime subordinate, un italiano talmente semplice da sembrare una traduzione. Ci sono però parole straniere che accompagnano le protagoniste verso una vita diversa, suoni esotici che aprono la coscienza a nuove consapevolezze. L’arabo di “Tangerinn” viene dal passato della protagonista, una ragazza emigrata a Berlino che torna in Marocco per questioni familiari, là dove recupera identità e pace interiore. L’inglese di “No Big Deal” – usato soprattutto nei dialoghi – è invece una formula magica che cambia la vita di Lena, la allontana dal passato e dalle radici intrise di ipocrisia borghese e bugie (non a caso nella prima parte ricorre Rebellion-Lies degli Arcade Fire nella sua forma mediatica di sigla di un programma in prima serata). La delusione, che ve lo dico a fare, è dietro l’angolo.

Io non facevo parte di quel mondo. Non importava quanto volessi leggere e sapere del rock’n’roll. Non ero io.

(p. 309)

E dunque, chi è Lena? È la donna che nell’incipit ha preso una decisione, il “là” che ha avviato il resto della sua vita, segnato dalla consapevolezza di non voler essere più vittima degli altri e dei loro (pre)giudizi. “La fine di un abuso non è mai netta”, a pagina 166, è una frase che sembra riassumere questo percorso. E nemmeno la fine di questo romanzo è netta, perché la vicenda si smorza in una scena in dissolvenza che lascia il dubbio su come continuerà. Pete Townshend aggiustava alcune sei corde dopo averle fatte in pezzi; Rachele Salvini lascia Lena e Dixon su un palcoscenico muto, circondati dai loro stessi cocci.

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora