Il dolce far niente: Palazzina Laf

Questa estate è stata parecchio complicata a Tremila Battute a livello famigliare, il che ha significato una cessazione delle comunicazioni più lunga del previsto. In mezzo a questo periodo non esattamente fra i migliori della mia vita sono riuscito comunque, giusto per confermare l’adagio vintageviolenciano “agosto come fine esistenziale”, a fare un viaggio all’estero, per la precisione in Andalusia. Potrei parlarvi delle sue città, delle sue spiagge (su cui in realtà non ho mai messo piede, io e la mia compagna siamo riuscit* nell’impresa di non gettarci mai in mare in una regione conosciuta anche, se non principalmente, per il mare), della birra fresca e del tinto de verano buttati giù per ammazzare la calura. E invece vi racconto (brevemente, non siamo ancora un sito di viaggi) delle Badlands de Purullena.

Una piccola anteprima di ciò che vi troverete di fronte arrivando al mirador che permette di goderne il paesaggio è in alto a sinistra, incastonata nel solito patchwork che vuole essere l’immagine di copertina dell’articolo. Siamo in una zona dall’aspetto desertico-roccioso, a un’oretta scarsa di macchina a est di Granada, dove chiunque sogna di andare nei grandi parchi del sud ovest degli Stati Uniti può trovare una valida alternativa a basso costo (cercate immagini di Los Coloraos e capirete). Nel pieno dell’esperienza mistica di ritrovarci quasi da soli ad ammirare questo spettacolo millenario di erosione, io e la mia compagna abbiamo visto arrivare una piccola jeep della guardia forestale (o suo equivalente spagnolo), il cui occupante è sceso e si è installato nella torre che potete vedere, molto in piccolo, sempre nell’immagine in alto a sinistra. Ci è rimasto fino a quando ce ne siamo andat*, una mezz’oretta abbondante più tardi, tempo utile a invidiarlo per il suo lavoro. Ho pensato a quanto avrei potuto leggere, installato lì sopra, con il panorama delle Badlands davanti agli occhi invece dei tetti delle aziende vicine che vedo dal capannone industriale in cui sono impiegato (e siamo già fortunati ad avere delle finestre); ho pensato alla strada per arrivare fino a lì, cinquanta minuti di panorama collinare-montuoso-desertico con traffico azzerato invece dell’oretta scarsa fra Milano e Novara tutta piatta movimentata, si fa per dire, dalle code alle rotonde; ho pensato alla sensazione di fare qualcosa di utile, partecipando alla protezione di una zona incontaminata, invece di produrre bottoni che vanno su abiti di alta moda o divise delle forze dell’ordine.

Ma anche sulle divise storiche conservate al Castillo de Gibralfaro di Malaga!

Ammetto però che il mio primo pensiero, guardando quella torre e la guardia forestale al suo interno, è stato “che bello essere pagati per non fare un cazzo”. E subito dopo ho pensato a Palazzina Laf.

Palazzina Laf è un film del 2023 che io ho recuperato, con molto ritardo e sprezzo del pericolo nei confronti delle zanzare milanesi, al cinema all’aperto vicino a casa mia. Tratto dal libro Fumo sulla città di Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista prematuramente scomparso nel 2017 a cui il film è dedicato, si inserisce nell’ampio filone delle pellicole di denuncia delle condizioni lavorative in determinati ambienti, nel caso specifico alla tristemente famosa ILVA di Taranto: più nello specifico si addentra nella vicenda legata alla palazzina Laf del titolo, un luogo dove fra la metà e la fine degli anni 90 venivano segregat* l* dipendent* “scomodi” che impugnavano il licenziamento o rifiutavano il demansionamento al rango di operai e operaie, pratica oltre che illegale anche pericolosa visto che il personale non era formato per quel tipo di lavoro. L’abilità di Michele Riondino, attore qui al suo esordio alla regia, è di trasportarci in questa vicenda non attraverso una delle vittime ma tramite una figura ibrida e controversa, quella di Caterino Lamanna.

Lamanna abita in una masseria in disuso dispersa nel nulla, dove gli animali muoiono da un giorno all’altro a causa dell’aria inquinata dal vicino polo siderurgico in cui lavora come addetto alla manutenzione degli altoforni. Ha ottimi motivi per avercela con il mondo, e in effetti è con un suo sfogo che inizia il film, subito dopo averci mostrato un funerale a cui partecipa anche, fra sguardi non esattamente benevoli, una figura allo stesso tempo distinta e viscida, ovvero il dirigente Giancarlo Basile (Elio Germano). All’uscita dalla chiesa Basile intercetta Lamanna in un bar, ascolta le sue parole piene di rabbia non verso la sua situazione, non verso il lavoro di merda che è costretto a fare per tirare avanti, bensì verso colleghi e colleghe che scioperano contro le politiche messe in campo dall’ILVA, e intravede un’opportunità.

La faccia di merda di chi ha intravisto l’opportunità di metterlo in culo a tutt*

Nei giorni successivi Basile riesce con poco (vaghe promesse e una panda mezza scassata) a conquistare la fiducia di Lamanna, convincendolo a diventare i suoi occhi e le sue orecchie fra le proteste che stanno montando in azienda, alimentate soprattutto dal complicato lavoro dei sindacalisti interni Aldo Romanazzi (Michele Sinisi) e Renato Morra (Fulvio Pepe). Parafrasando il modo in cui il Lebowski ricco si rivolge al Drugo nel film dei fratelli Coen, Lamanna si dimostra incapace di svolgere in maniera efficace un compito in sé abbastanza semplice: dovrebbe mantenere un basso profilo, invece prima (suo malgrado) finisce in mezzo alla carica delle forze dell’ordine contro i manifestanti, poi si intrufola in una palazzina in disuso dove ha visto entrare alcuni dipendenti fra cui Romanazzi, aggirando con modi da teppistello il carabiniere a guardia dell’edificio. È così che si trova di fronte alla condizione dell* diseredat* dell’azienda, l* confinat* nella palazzina LAF (acronimo di laminatoio a freddo, la vecchia destinazione d’uso del complesso), dipendenti costrett* a passare le loro giornate giocando a pallone nei corridoi, a ping pong con faldoni al posto delle racchette, pregando insieme o semplicemente guardando il muro in attesa dello scadere della giornata lavorativa.

E a Lamanna tutto quello piace. Lui, costretto a respirare merda attaccato agli altoforni, non vede la disperazione che regna nella palazzina ma solo un branco di fortunat* pagat* per non fare niente, tanto da lamentarsene con un Basile a cui non pare vero di ritrovarsi fra le mani il jolly quando già temeva di aver pescato dal mazzo la carta sbagliata: in men che non si dica anche Lamanna viene trasferito, orgoglioso della sua opportunità di non dover fare niente per tutto il giorno e pronto a fare la spia ancora più dall’interno.

Quando pensi di essere il più furbo di tutti, e invece

Da qui in avanti Lamanna ha modo, lentamente, di capire le ragioni per cui la LAF viene considerata un lager e non un paradiso, fra persone che rifiutano l’idea di venire sminuita la propria professionalità e altre che capiscono, anche a causa di problemi fisici, che quella è semplicemente l’anticamera del licenziamento, tutte comunque al limite della sopportazione perché potrà anche essere bello non fare niente per qualche giorno ma c’è anche chi, citando invece in questo caso un vecchio film di Nicoletta Braschi, trova piacere nel lavorare (ed è quasi disposto ad accettare le proposte al ribasso di Basile quando questi, con faccia di merda inimmaginabile, si presenta nell’edificio cercando di minare l’unione dell* dipendent*). Riondino, coraggioso nello scegliersi il complicato ruolo del protagonista, vaga per le stanze e i corridoi della palazzina con sguardo ottuso e raramente complice, una vicinanza che sembra farsi più stretta quando anche Rosalba Liaci (Marina Limosani), la segretaria di Basile, entra a far parte del gruppo, ma nonostante l’empatia che inizia a sentire per lei e l* altr* confinati come un novello Giuda (similitudine evidenziata da una scena onirica ambientata in una processione, telefonata ma comunque d’impatto) continua comunque a remare contro, svolgere il suo ruolo di delatore mettendo davanti a tutto la sua felicità, identificata in qualche soldo in più e il trasferimento con la futura moglie nella casa di un parente che si è allontanato da Taranto per la tossicità dell’aria causata dal vicino polo siderurgico.

Pur non mancando di scene piazzate apposta per suscitare empatia (penso in particolare al momento in cui il dipendente interpretato da Giordano Agrusta esce dal suo arcigno mutismo per dettare un comunicato da consegnare a un Monsignore che verrà a celebrare messa in azienda), Palazzina Laf riesce ad essere efficace, soprattutto in un periodo storico come questo, perché mette al centro dell’esperienza il punto di vista di un individualista, un uomo piccolo che si crede grande, stretto fra una mansione insalubre fisicamente e una insalubre psicologicamente, il cui interesse principale è rivolto a sé stesso. Non vi tolgo nessuna sorpresa dicendovi che la vicenda dell* confinat* ha una specie di lieto fine (ben diverso e molto più complicato il discorso sull’ILVA in toto), perché oltre alla comprensibile (e ben veicolata) vicinanza per l* protagonist* è il percorso di Lamanna a coinvolgere, quel punto di domanda che si accende a volte nel suo sguardo e che fino alla fine non si capisce se lo porterà ad una rivalsa o se è semplicemente lo sguardo vuoto di chi non capisce il mondo che lo circonda: Riondino si è giustamente guadagnato un David di Donatello per questa interpretazione (oltre alla candidature come miglior regista esordiente e per la sceneggiatura che, orfana di Leogrande, è stata scritta a quattro mani da lui e Maurizio Braucci), come giustamente se lo è portato a casa Elio Germano, talmente viscido ed efficace da farti venire voglia di prenderlo a schiaffi ogni volta che entra in scena.

“Quindi hai il coraggio di dirmi che stavo meglio prima?”

E così, di fronte a uno spettacolo naturale incredibile nel centro dell’Andalusia, Riondino mi ha fatto rimettere in discussione l’idea di trasferirmi seduta stante a Granada per cercare di ottenere un lavoro potenzialmente assassino dal punto di vista psicologico (e per cui non ero comunque chiaramente formato). Il mio presente resta quello di operaio metalmeccanico, in questo preciso momento costretto a una giornata di ferie a causa del calo di lavoro che domani mi farà firmare, in qualità di rappresentante sindacale, la cassa integrazione per le prossime cinque settimane: c’è di peggio, almeno non rischio di essere confinato nel capannone in disuso di fianco a quello in cui lavoro.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora