War has never been so much fun recitava la colonna sonora di Cannon Fodder, videogioco del 1993 in cui alcuni soldati (letteralmente “carne da cannone”, come recita il titolo) devono far fronte a sfide sempre più difficili in un contesto bellico. L’opera di Sensible Software non è né la prima né l’ultima che ha affrontato il tema della guerra, così come non è né la prima né l’ultima ad aver scatenato polemiche alla sua uscita (se avete vissuto come videogiocatori gli anni 80 e 90 avrete sentito addebitare ai videogiochi gran parte delle problematiche del mondo): è la prima che ricordi però ad aver affrontato l’argomento in maniera sarcasticamente antimilitarista, fra soldati che attendono il loro momento per entrare in azione di fianco a colline che si popolano delle lapidi dei loro commilitoni, nomi dei defunti ricordati al giocatore alla fine di ogni missione e l’indicazione, nel manuale della versione MS-DOS (da quanto non scrivevo MS-DOS? Quanto mi sento vecchio nel ricordarmi cos’era?), che Cannon Fodder “mostra rapidamente che la guerra è un inutile spreco di uomini e risorse. Ci auguriamo di non doverla mai sperimentare dal vivo”.
La guerra è stata affrontata videoludicamente in mille maniere differenti, da quella realistica (e spettacolarizzata) dei vari Call Of Duty alla demenziale battaglia fra vermi della saga di Worms, ma ci sono alcuni giochi che ho scoperto più o meno di recente (per quanto recenti non siano) che aprono uno spiraglio su un modo diverso di veicolare i conflitti. Il primo di questi ci porta idealmente in Myanmar e si chiama
War Of Heroes – The PDF game

La storia del Myanmar è difficilmente riassumibile in poche righe di un articolo sui videogiochi. Stretta sotto il giogo dei britannici fino al 1948 e di una dittatura militare dal 1962, la popolazione dell’ex Birmania ha avuto pochissimo tempo per godersi una parvenza di democrazia, “concessa” dalla giunta militare a partire dal 2011 e foriera di speranze quando, nel 2015, il partito della Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha vinto le prime elezioni multipartitiche nel paese asiatico. Speranze andate lentamente a fondo a causa di un controllo militare comunque strettissimo, di una campagna di pulizia etnica a danno della minoranza musulmana dei Rohingya che affossò la credibilità internazionale di San Suu Kyi (operazione in cui anche gli algoritmi di Facebook ebbero le loro gravi colpe) e crollate definitivamente il primo Febbraio 2021, quando le forze armate hanno ripreso il controllo totale dello stato, sprofondando in una crisi economica e sociale un paese che già faceva fatica a risollevarsi.
In tutto questo cosa c’entra un videogioco? War Of Heroes – The PDF game sembra all’apparenza uno qualsiasi delle migliaia di giochi a tema bellico che potreste scaricare sul cellulare: ha una modalità di gioco ripetitiva fatta di livelli in cui sopravvivere alle ondate di soldati avversari, livelli in cui uccidere bersagli sensibili e livelli in cui piazzare mine per distruggere convogli della fazione avversa, e non si fa mancare nemmeno una modalità zombi, dal trentatreesimo livello in avanti, che non aumenta di granché la varietà. Ciò che rende unico il gioco, e lo ha fatto scaricare da centinaia di migliaia di persone in Myanmar e nel mondo, è che con i profitti derivanti dagli acquisti in game e dagli inserti pubblicitari gli sviluppatori finanziano direttamente le PDF, le Forze di difesa del popolo vicine al governo di unità nazionale che combattono apertamente la dittatura.

Ko Toot, pseudonimo adottato da uno dei tre sviluppatori del gioco per parlare con la BBC, afferma che il gioco è stato scaricato in tutto il mondo da quasi un milione di persone e che i ricavi ammontano a circa cinquecentomila dollari, soldi utilizzati (come spiegato in questo articolo) per aiutare sfollati e feriti, distribuire cibo e acquistare armi per la lotta (le cifre sono comunque tutte da verificare). Gli avatar che è possibile impersonare in War Of Heroes sono mutuati da combattenti reali per la libertà del Myanmar (meno verosimile, anche escludendo la virata zombie, che le missioni facciano riferimento a reali operazioni partigiane), un modo per far sentire ancora più vicini alla lotta: del fomento attorno al gioco si è accorta anche la giunta militare che ha minacciato di ripercussioni chiunque lo avesse scaricato sul proprio cellulare, senza riuscire comunque a frenarne il successo.

Se la causa vi appassiona e volete passare parte del vostro tempo mitragliando anonimi militari trovate il gioco come War Of Heroes – The PDF Game su Google Play e semplicemente come War Of Heroes su App Store.
This war of mine

“Nella guerra moderna… Morirai come un cane senza una buona ragione“. Con questa citazione di Ernest Hemingway si apre This war of mine, opera del 2013 sviluppata dallo studio polacco 11bit Studios che si distingue nel panorama videoludico per il ruolo in cui ci costringe: non più la parte agente del conflitto, che si tratti di un soldato manovrato in prima o terza persona o un intero esercito di cui decidere la strategia, bensì le vittime del conflitto, coloro che cercano ogni giorno di sopravvivere in un contesto nel quale il pericolo può arrivare da dovunque.
Ambientato nell’immaginaria città di Pogoren, nemmeno troppo velatamente ispirata alla Sarajevo assediata dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (come spiega fra le altre cose questo articolo, scritto recentemente da Manuel Berto del blog di approfondimento videoludico Frequenza Critica per la rivista The Games Machine), This war of mine inizia con un manipolo di tre sopravvissut* alle prime fasi di una guerra, costrett* dagli eventi a cercare di ricreare una parvenza di normalità all’interno di una casa abbandonata. Fra comodità minime da allestire come letti per riposare, fornelli per cucinare le carenti scorte di cibo e la caldaia per scaldarsi durante il sempre più rigido inverno che accompagna la nostra esperienza, le giornate dell* protagonist* saranno scandite dall’orologio che nell’angolo a sinistra dello schermo scorre impietoso, limitando il numero di attività che potremo compiere. Meglio costruire un fucile per difendersi, un filtro per raccogliere l’acqua piovana o un distillatore per l’alcool, da scambiare proficuamente con i contrabbandieri che bussano talvolta alla nostra porta? Scelte a volte dettate dal buonsenso, altre dalle risorse a disposizione, perché se le giornate non sono allegre la situazione si fa ancora più cupa allo scoccare delle ore venti.

Durante la notte This war of mine ci costringe infatti ad uscire dalla relativa sicurezza del rifugio, prendendo il controllo di una delle persone che compongono il gruppo mentre si avventura in una delle zone in cui è possibile ancora trovare materiali per costruire le strutture di cui abbiamo bisogno, cibo per sostentarci, armi per difenderci e medicine per debellare le malattie che presto inizieranno a tormentarci. Ogni personaggio ha sue abilità peculiari, chi caratterizzato da maggiore agilità o chi da una forza che gli permette di portare più oggetti, ma sono comunque tutt* persone comuni, impreparat* per la situazione che hanno di fronte e di certo non addestrat* alla battaglia: ecco che allora le notti diventano una corsa contro il tempo per trovare ciò di cui abbiamo bisogno, corsa solamente metaforica perché dovremo perlopiù muoverci silenziosamente all’interno di supermercati già razziati, case parzialmente abbandonate e avamposti militari in cui sperare di trovare soldati abbastanza bendisposti da decidere di scambiare alcune delle loro scorte. La morte è sempre dietro l’angolo e può arrivare tramite bande di razziatori, cecchin* piazzati sui tetti o truppe che difendono un dato edificio, ma anche il nostro operato può creare danni e non saranno infrequenti le occasioni in cui dovrete decidere se sottrarre le medicine a una coppia di anziani per curare qualcun* del vostro gruppo, permettendovi di sopravvivere un giorno in più ma fiaccando il morale dell* abitanti del rifugio.
Ad aggiungere ulteriore difficoltà, sia videoludica che morale, il DLC The little ones ha aggiunto ai personaggi che possono far parte del gruppo (in continuo mutamento, fra nuovi arrivi alla porta, fughe notturne e morti in perlustrazione) l* bambin*, da difendere e nutrire ma la cui utilità nell’economia domestica è pressoché nulla, e in un gioco in cui le risorse sono limitate e di difficile reperibilità una bocca da sfamare in più fa tutta la differenza del mondo. Man mano che i giorni passano inoltre la città subisce delle modifiche, zone prima raggiungibili diventano inaccessibili e altre si sbloccano, cambiamenti ascrivibili al mutamento di un conflitto di cui abbiamo solo sporadici accenni tramite la radio installata in casa.

Nella partita che ho giocato mi sono ritrovato a seppellire quattro persone, a subire svariate irruzioni da parte di bande di predon* (mentre la persona designata del gruppo si avventura per la città in cerca di risorse è bene che qualcun* all’interno del rifugio faccia la guardia, nella speranza di avere anche un’arma con cui difendersi), a dare rifugio ad un anziano tabaccaio e al suo nipotino, a sottrarre cibo e medicinali a persone che ne avevano altrettanto bisogno o a bande organizzate che non si sono miracolosamente accorte della nostra presenza nel loro avamposto, costruendo nel frattempo il minimo indispensabile per vivere una vita ai limiti della decenza. Nulla ha impedito comunque la lenta disgregazione di un gruppo fiaccato dalle malattie, dal freddo e dalla fame, che le giornate passate senza poter mettere niente sotto i denti sono state più di quelle con un pasto caldo e cucinato: dopo trentacinque giorni, col morale ormai sotto i tacchi, gli ultimi membri hanno lasciato il rifugio in cerca di opportunità migliori altrove, portando ad un game over in cui, anche attraverso i disegni del bambino, viene ripercorsa la triste storia del nostro tentativo di sopravvivere alla follia della guerra.
L’opera di 11bit Studios (che pochi anni dopo hanno sviluppato, sulla stessa falsariga di gestionale dalle forti connotazioni morali, il postapocalittico Frostpunk) è videoludicamente variegata e caratterizzata da un buon livello di sfida che può essere anche customizzato, decidendo di affrontare la sfida in condizioni preimpostate piuttosto che lasciare che sia il caso a farci passare un inverno più o meno rigido. È innegabile che sia però la storia che ci fa vivere il motore portante dell’esperienza, perché di giochi che riescono a narrare così efficacemente l’abusata “banalità del male” di Arendtiana memoria non ne esistono molti: per chi volesse provarlo il gioco è disponibile per PC, Nintendo Switch e per entrambe le ultime consolle di Microsoft e Sony.
Papers, please

Se l* sopravvisut* di This war of mine se la passano male, nemmeno il protagonista di Papers, please se la passa esattamente bene. Ha una famiglia numerosa di cui prendersi cura al netto di notevoli ristrettezze economiche, il suo paese (il fittizio regime di Arstotzka, ispirato genericamente ai paesi del blocco sovietico) è appena uscito da un conflitto con la nazione vicina e la sua grande opportunità, un lavoro all’interno della complessa macchina burocratica, si rivela presto foriera di problemi più che di benefici: all’interno del gioco dovremo infatti destreggiarci come… Ispettori di frontiera, impegnati a controllare i documenti di chi cerca di entrare all’interno della nostra gloriosa nazione. Detta così non sembra granché interessante ma Lucas Pope, transfugo del celebre studio Naughty Dog (che i più conosceranno per la serie di Uncharted e soprattutto per i due The last of us), è riuscito con una semplicissima grafica retrò a creare un’esperienza di gioco allo stesso tempo coinvolgente e straniante.
Uscito nel 2013, Papers, please ci “costringe” a valutare un numero di persone variabile ogni giorno, in un periodo che sta a cavallo fra la fine del 1982 e l’inizio del 1983 (il che rende ancora più credibile l’ambientazione). Il “variabile” dipende da noi, perché più saremo svelti a fare il nostro lavoro più soldi otterremo per sfamare la nostra famiglia, comprare le medicine per chi si ammala, garantire il riscaldamento in casa: ma attenzione, perché per ogni errore di valutazione (cioè per ogni volta che respingeremo chi ha diritto d’accesso o faremo entrare chi non ha documenti in regola) verremo multati, e non conviene fare troppi errori se non si vuole essere licenziati in tronco, perdendo l’unica fonte di guadagno. Semplice? Tutt’altro: proseguendo nel gioco accadranno alcuni eventi (attentati terroristici, arresti internazionali, problemi diplomatici con le nazioni circostanti) che renderanno la mole di scartoffie da controllare sempre più grande, fra passaporti, permessi di lavoro, pass giornalieri e persino il body scanner, da utilizzare magari specificatamente con l* cittadin* di una determinata nazione.

Pope ha sviluppato l’intero gioco da solo nell’arco di nove mesi, e la sua povertà grafica (comunque efficace, così come il comparto sonoro) è solo la copertura per un gioco profondo che, alla ripetitività frenetica delle azioni da compiere, affianca una storia che si dipana per piccoli dettagli: in giorni specifici dell’esperienza potrà capitarvi di ricevere un controllo del vostro superiore, essere contattati da una guardia corrotta che in cambio di denaro vi chiederà di ritoccare al rialzo il numero degli arresti (con conseguente probabile aumento dei richiami) e soprattutto finire invischiati nelle operazioni dell’EZIC, un’associazione terroristica che vuole rovesciare il regime di Arstotzka. Conviene aiutarli? È il caso di accettare una mazzetta da qualcuno che vuole assolutamente entrare entro i confini che pattugliate? E cosa fare con la moglie dell’uomo che avete appena lasciato entrare che, a differenza del marito, non ha i documenti in regola? Questi sono alcuni dei dubbi che vi assaliranno mentre continuate a timbrare documenti e maledicete ogni controllo troppo approfondito che vi tocca fare, che limiterà lo stipendio giornaliero e renderà più concreta la possibilità di essere licenziati o di vedere un famigliare morire di stenti (beffa ulteriore: il game over può giungere anche a causa della morte dell’intero nucleo famigliare, che vi porterà direttamente in carcere in quanto pessimo esempio per la nazione).
Far entrare Papers, please all’interno dei giochi di guerra è un’evidente forzatura, eppure il punto di vista che ci fa sperimentare non è così diverso da quello di chi ogni giorno deve decidere del destino di migliaia di migranti, fuggiti da enormi difficoltà e da conflitti di cui noi vediamo solo (se va bene) le immagini al telegiornale. Pope, che è statunitense ma vive in Giappone, ha dichiarato di aver concepito l’idea a seguito dei numerosi controlli all’immigrazione affrontati nei suoi viaggi, ma sebbene ogni esperienza burocratica può rivelarsi infernale (e questo lo sapeva già bene un certo Franz Kafka) nel suo gioco lo sviluppatore è riuscito anche a rendere pienamente la drammaticità della condizione di tutt* l* protagonist* della vicenda, tanto di coloro che vengono respinti alla frontiera quanto del burocrate che gli nega il permesso, stritolato in un sistema che gli concede il libero arbitrio solo a fronte di enormi rischi.

Mentre ci destreggiamo fra nuovi controlli e scorciatoie ludiche che ci permettono di sveltire più velocemente la fila dei richiedenti (ma attenzione, anche queste hanno un prezzo), confusi dal cambio continuo di regole, la storia prosegue inesorabile verso uno dei venti finali a disposizione. Papers, please non richiede molto tempo per essere portato a termine, ma ha un tasso di rigiocabilità tanto alto quanto la vostra curiosità di scandagliare ogni possibile svolta della vicenda (in questo aiutati dal sistema di salvataggio, che vi permette di ritornare in qualsiasi momento al punto in cui avete deciso, che so, di trasferirvi in un appartamento più ampio con i soldi guadagnati facendo entrare illegalmente membr* della resistenza): potete provare questo insolito simulatore su PC, Mac, PS Vita e, da agosto 2022, anche su smartphone.
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