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Racconto in musica 124: Dopo il disastro (Spread – M. C. ‘n. H. n. F.)

Come ho raccontato più di una volta questo blog è nato nel periodo migliore e peggiore allo stesso tempo: il peggiore perché inaugurarlo alle porte della pandemia ha eliminato i live per lungo tempo, e io ingenuamente mi dicevo “parlerò di un sacco di artist* che scoprirò dal vivo” (poi comunque è successo); il migliore, si fa per dire, perché in quel periodo ho avuto un sacco di tempo per abituarmi a gestire il blog con una routine che altrimenti non sarei riuscito a mantenere (e ogni tanto infatti non ci riesco, l’articolo di metà settimana è saltato).

Mi ritengo una persona fortunata, anche se a volte questo pensiero assume forme un po’ contorte. Mi ritengo fortunato perché mio padre è morto il 2 marzo 2020 per motivi non inerenti il covid e in tempo per fare un funerale a cui hanno potuto partecipare alcuni amici; mi ritengo fortunato per quel tempo in più, anche se era dovuto alla chiusura delle ditte non necessarie e alla successiva (lunga) cassa integrazione; mi ritengo fortunato perché, nonostante il lockdown, io e la mia compagna siamo riusciti a rimanere innamorati quanto e più di prima (e lei, a differenza mia, doveva pure lavorare in smart working). Penso di essere un realista che tende all’ottimismo, so che poteva andare meglio ma anche che c’è una fiumana di persone che se la sono passata molto, molto peggio nelle fasi più atroci della pandemia, e che i problemi strutturali che hanno causato certe situazioni sono ben lungi dall’essere risolti. Se l’è passata sicuramente peggio di me ad esempio un medico di base della Val Cavallina, in provincia di Bergamo, che dalle sette di mattina a notte fonda si occupava dei suoi pazienti con visite domiciliari e consigli su whatsapp, barcamenandosi fra le difficoltà strutturali di cui sopra che gli hanno impedito di avere anche le mascherine necessarie nelle prime settimane di contagi, come racconta lui stesso qui: quel medico io lo conosco, più come voce che come faccia dato che ho avuto la fortuna di vederlo sul palco solo una volta (2018, Ambria Music Festival a Zogno), ma provai istintivamente ancora più affetto per Roberto Longaretti e per i suoi Spread.

Non è così facile trovare informazioni sugli Spread, uno dei segreti meglio custoditi della florida scena bergamasca, tanto che prima di oggi ignoravo l’esistenza del loro primo disco, Anche i cinghiali hanno la testa, uscito nel 2009 dopo i primi anni passati a suonare nella zona e autoprodurre una demo. Di quel disco rimangono poche tracce nell’internet (o sono io che non sono bravo a cercare), giusto un paio di brani su YouTube che testimoniano già della potenza vocale di Longaretti e della tangenzialità (che cazzo di parola ho tirato fuori?) della loro musica, che sotto la patina di un grunge/stoner “istituzionale” promette derive succulente ma non per tutti i palati. Ignoro anche quali fossero i componenti della band ai tempi, ma quando nel 2011 esce per l’etichetta Il verso del cinghiale il secondo disco, C’è tutto il tempo per dormire sotto terra, della formazione fanno parte Paolo Fusini alla chitarra, Paolo Colleoni alla batteria, Stefano Meli al basso e Francesca Arancio al violino, mentre un tot di amici collaborano in altri brani fra cui Fabio Intraina che lo registra (quanti dischi fighi sono usciti dal Tray Studio di Inzago) e Alberto Ferrari che lo masterizza nell’Henhouse Studio dei suoi Verdena. Il disco è qualcosa di storto, deviato, inquietante e assolutamente impossibile da ignorare, uno di quei dischi che si amano o si odiano e io, come avrete capito se ne parlo qui, faccio parte della schiera dei secondi: partire con una cover depressa e rallentata di Fin che la barca va di Orietta Berti è già particolare di per sé, ma il delirio è ben lungi dal cominciare visti i versi animaleschi che introducono Charlie, i continui cambi di ritmo di In guardia, le urla concitate nel finale di M. C. ‘n. H. n. F., la calma improvvisa e medievaleggiante di Il castello di Poppi (fun fact: anni dopo ho conosciuto una ragazza che abitava vicino a quel castello) e mille altre sfumature di una personalità unica. Il disco me lo spolpo parecchio, loro dividono il palco con Afterhours, Le luci della centrale elettrica e molti altri (fra cui non potevano mancare i Verdena) ma poi per anni li perdo di vista, dato che ne passano ben sette prima che Longaretti e compagni tornino a produrre qualcosa: lo fanno nel 2018 con Vivi per miracolo, uscito per Go Down Records e registrato da Alberto Ferrari nel pollaio/studio dei Verdena con una formazione che vede uscire Meli e Arancio ed entrare Valentino Novelli al basso, mostrando la stessa fantasia negli arrangiamenti e nelle linee vocali ma con una graniticità maggiore (non per niente la Go Down è l’etichetta dello stoner per eccellenza nel panorama italiano). Io finalmente me li vedo live, poi arriva la pandemia e che succede? Succede che la vita va avanti e arrivano anche belle notizie, come il matrimonio di Longaretti con Roberta Sammarelli e la canzone Bimba che gli Spread fanno uscire proprio nello stesso periodo, l’estate 2020 in cui ancora si faticava a tornare alla vita normale ma ci si provava: oggi che i concerti sono tornati a essere una realtà consueta la band è ancora qui e lotta insieme a noi, tanto che l’ultima data risale a inizi novembre al mitico Joe Koala di Osio Sopra, e pare che qualcosa bolla in pentola per il futuro.

M. C. ‘n. H. n. F. è l’acronimo di “Merry Christmas and Happy New Fear”, e dato che per tradizione in questo periodo cerchiamo di rispettare il tema natalizio non potevo trovare canzone migliore per farmi ispirare. L’immaginario da pranzo di Natale in famiglia è ben presente nella folle rincorsa delle liriche sparate a raffica da Longaretti, e mi ha tirato fuori un racconto che pesca dai ricordi personali, da qualche stereotipo e da una di quelle frasi che ci siamo ripetuti fino allo sfinimento mentre eravamo chiusi in casa, “ne usciremo migliori”, che oggi di solito usiamo cinicamente guardando gli altri per dirci che non è stato così: ma noi che giudichiamo siamo migliorati o peggiorati? La risposta nel testo che segue la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e darvi appuntamento a gennaio.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

https://www.rockit.it/spread/canzone/merry-christmas-e-happy-new-fear/29871

Dopo il disastro

Eccolo, il momento. Quello in cui rimpiangi il lockdown, il coprifuoco, l’isolamento sociale e la distanza posta fra te e coloro a cui vuoi bene per il loro bene, solo per il loro bene.

È ancora Natale. Sapevi che sarebbe arrivato questo giorno, non puoi fuggire. Non puoi deludere tutti. Ti hanno già invitato in quattro, fra cui una cugina che ti sta anche simpatica. Una volta, da piccolo, ti aveva detto “non diventiamo come loro”.

LORO.

Prepari una torta salata. Nella tua famiglia il pranzo di Natale funziona così: ognuno porta qualcosa. Tu non ti sbizzarrisci, vai su qualcosa di semplice e sano, vegetariano (non vegano), sia mai che qualcuno abbia sviluppato un ribrezzo per la carne. Una volta uno zio acquisito ha fatto un dolce troppo cioccolatoso e allora

(io sta merda non la mangio ho il diabete mi vuoi ammazzare sarà buono quel tuo cazzo di affettato comprato al discount questa carne odora di merda oh c’hai messo l’acqua nel vino eheheheheh cazzo ridi che c’hai i denti scompagnati OOOOOOOOOHHHHH PORCO DI QUEL)

Sorridono tutti. Sorridi anche tu. Il primo è passato, c’è una bella atmosfera. La pasta al forno aveva quella crosticina bruciacchiata che ti piace tanto ma a tua madre no, proprio no. Ma non ha detto nulla. Ti hanno fatto domande sulla tua vita personale, le solite cose che non sopporti

(ma vivi ancora da solo quand’è che ti trovi una fidanzata almeno la camicia potevi stirarla)

ma che oggi è più facile tollerare. È il livello minimo di disagio che riesce a metterti a tuo agio, a farti dimenticare quanto poco ci vuole a trasformare tutto in una battaglia, quanto peso si porta dietro una parola qualsiasi come quella che ora potrebbe uscire dalla bocca di tuo cugino

(ancora con questo cazzo di debito io non ti devo un cazzo hai capito allora parliamo di quella volta in macchina dietro al supermercato schifoso pervertito di merda vogliamo mettere sul piatto tutto davvero vogliamo farlo ho pulito la merda dal culo di tuo padre per sette anni tu smettila di piangere troietta è stato un errore nell’app del ciclo di sua madre)

C’è il dolce. Semplice, classico: un panettone senza canditi. Tuo nonno dice che per chi vuole c’è il pandoro. La cugina che ti sta simpatica ha portato la crema al mascarpone, la porta in tavola e ti guarda con un’espressione che sembra voler dire “da non crederci, vero”? Infatti non ci credi. Sembrano altre persone, persone piacevoli. Forse è vero che ne siete usciti migliori, ma il fatto che questo ti dia fastidio ti fa sentire come se l’unico a non essere cambiato sia proprio tu.

Ti senti una merda.

Dopo il caffè e gli amari i primi parenti cominciano a salutare. Chi resta non parla male di chi se ne va. Ti stai quasi adattando a questo clima di affetto reciproco, poi tua sorella fa un accenno alla questione del loculo nella cappella di famiglia, solo un piccolo accenno, possiamo parlarne un’altra volta.

Sorridi. Sei più simile a loro di quanto vorresti. Avrete tutto il tempo di litigarvi il posto dove dormire sotto terra.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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