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Un film in tre atti dalla doppia anima: Triangle of sadness

Ruben Östlund, questo sconosciuto… Almeno per me. Ammetto di non aver mai frequentato il cinema del regista svedese, ma al Festival di Cannes se ne sono a dir poco innamorati: primo premio nella sezione Un certain regard nel 2014 con Forza maggiore, Palma d’oro nel 2017 con The square, Östlund in questo 2022 ha bissato il premio più ambito (finendo dritto dritto nel numeroso novero dei registi in testa al palmares del festival francese, insieme a nomi come Michael Haneke e Francis Ford Coppola) con la sua ultima pellicola, Triangle of sadness. Un po’ attirato dal riconoscimento, un po’ dal trailer e molto dal carico di critica sociale che emerge da quest’ultimo, ho deciso di andare al cinema a vedermelo. E ora vi starete chiedendo: com’è?

Di certo non mi sono annoiato come loro

Triangle of sadness ha molto in comune con le pellicole che l’hanno preceduto sul gradino più alto del podio del festival, Parasite (di cui ho parlato qui) e Titane (di cui ho accennato qualcosa qui): della prima eredita la critica alle caste sociali più elevate, qui vivisezionate durante una crociera superlusso il cui comandante Thomas Smith (Woody Harrelson) preferirebbe trovarsi altrove, della seconda mutua parzialmente quella mancanza di senso della misura che rendeva il film di Julia Docurnau un assalto sensoriale. Insomma, per dirla con un termine di gialappasiana (e desueta) memoria, questo è un film che sul tema della disparità sociale non la tocca affatto piano.

La parte urlata

HO VINTO LA CAZZO DI PALMA D’OROOOOOOOO!!!!!!

I ricchi sono brutta gente. I ricchi vivono in un mondo tutto loro, non si curano delle persone comuni e non capiscono (e men che meno vi sottostanno) le più basilari norme della convivenza sociale che regolano la vita del 99% della popolazione mondiale. Questo assunto è perlopiù condiviso, ma non ci impedisce di ambire allo stesso status come fa la coppia di modell* composta da Yaya (Charlbi Dean, prematuramente scomparsa a fine agosto) e Carl (Harris Dickinson), ospiti di una crociera ultralusso grazie alla loro visibilità come influencer: possiamo invidiarli o rabbrividire all’idea di trovarci nella stessa situazione (David Foster Wallace farebbe sicuramente parte della seconda schiera, visto l’orrore provato nella normale crociera di cui ha parlato in Una cosa divertente che non farò mai più), ma Östlund decide di far navigare la sua trama verso lidi che possano mettere tutti d’accordo, e l’attracco finale è quello dell’umiliazione dei potenti.

Tutto il secondo atto del film (intitolato Lo yatch) è uno sberleffo senza freni verso l* ospit* della crociera, dipint* perlopiù come stupid* buzzurr* i cui desideri sono ordini per tutto il personale a bordo (a sua volta diviso in caste), anche quando chiedono di organizzare un tuffo collettivo per tutto l’equipaggio o di lavare le vele di un’imbarcazione che non ne possiede. Sembra di trovarne qualcuno decente qua e là ma è tutta apparenza, perché la coppia di anzian* tanto carin* ha fatto fortuna con le mine antiuomo (eh, bei tempi quando l’opinione internazionale non le condannava…) e lo sviluppatore informatico timido e solitario è disposto a pagare la compagnia femminile a suon di rolex (regalati eh, mica si pensi che voglia corromperle): si salva giusto Therese (Iris Berben), cui un ictus ha ridotto il vocabolario alla frase “In den wolken” (Sulle nuvole, in tedesco), impedendole quindi di mostrare la bassezza morale che impera sullo yatch. Tutta questa arroganza trova la giusta punizione durante la cena col capitano, organizzata dal recalcitrante Smith durante una tempesta che finisce per agitare gli animi e, soprattutto, gli intestini degli ospiti: lo spettacolo vomitevole (nel vero senso della parola) che ne consegue è tanto morboso quanto insistito, e mentre la maggior parte dei presenti erutta da ogni orifizio e la nave stessa viene invasa dai liquami (sull’esaltante ritmo di New noise dei Refused) il capitano socialista e l’oligarca russo che con la merda si è costruito un impero si combattono in vivavoce a suon di citazioni di Marx e di capitalisti famigerati. Tutto sopra le righe, tutto fracassone, ma qual è lo scopo?

“Sei curioso di saperlo?”

Lo scopo è semplicemente urlare forte che i ricchi fanno schifo, sono dannosi e inutili (la loro inutilità si paleserà ampiamente nel terzo atto, L’isola), ma è un concetto talmente abusato che sulle prime si resta storditi di fronte alla mancanza di ulteriori spunti di riflessione. Östlund si diverte e fa divertire il suo pubblico con una specie di gogna cinematografica, proiettando fantasie di rivalsa da cui è difficile possa scaturire una reale presa di coscienza sullo stato delle cose, ma o non è interessato a dare un suo punto di vista originale sulla disparità sociale o, peggio, è convinto di farlo con del citazionismo spinto e col ribaltamento di ruoli del terzo atto: troppo poco in ogni caso, ma per fortuna il regista svedese non sa solo urlare.

La parte sussurrata

Se sulla disparità sociale Triangle of sadness non ci dice niente che già non sapessimo, e ce lo fa urlare in faccia da personaggi dalla caratterizzazione spesso bidimensionale, sulla disparità di genere il film suggerisce invece riflessioni più interessanti. Lo fa soprattutto nel primo atto, Carl e Yaya, mostrandoci dall’interno una delle poche professioni in cui le differenze salariali sono ribaltate: quello di modelli e modelle.

“Vorrei dire la mia sulla disparità di genere, ma non so da dove iniziare”

La scena iniziale, in cui un giornalista piuttosto sadico intervista i modelli ad un casting, mette già in chiaro come nel mondo delle sfilate siano più gli uomini ad essere sfruttati che non le donne (anche se, come spiega questo vecchio articolo de Il post, la carriera dei modelli dura mediamente più di quella delle modelle), ma il peggio per Carl è che la sua parabola è in discesa mentre quella della sua fidanzata Yaya è in ascesa. Ritrovatosi parte debole della coppia in un mondo che (ancora) non accetta la subalternità maschile, il “povero” Carl si ritrova ad alternare schizofrenicamente giuste rimostranze con atteggiamenti da maschio alpha vecchia maniera: chiede che, in virtù del gap economico, sia Yaya a pagare la cena in un lussuoso ristorante, ma di fronte alle rimostranze di lei si lascia andare a modi aggressivi decisamente inquietanti; non vuole sottostare ai ruoli di genere che impone la società, ma appena vede un membro dell’equipaggio dello yatch fare gli occhi dolci alla sua fidanzata viene preso da un raptus di gelosia, provocandone il licenziamento; messo alle strette per un suo comportamento individualista nel terzo atto, invece di pentirsene cerca di passare all’attacco (magistrale il modo in cui Yaya gli fa notare il suo bellicoso linguaggio del corpo).

“Ora ti spiego, col massimo della calma che mi consentono i miei ormoni, come dovrebbero andare le cose”

Per la restante fauna maschile le cose non vanno certo meglio, perché nel terzo atto l’inutilità dei ricchi viene mostrata anche tramite una evidente crisi del patriarcato (e si sa che capitalismo e patriarcato sono amici di vecchia data). Costretti a dipendere dalle donne e incapaci di svolgere anche compiti semplici come tenere acceso un fuoco, gli uomini ritrovatisi sull’isola mostrano un barlume della “perduta mascolinità” solo dandosi alla caccia, ma quando la preda si dimostra più coriacea del previsto ecco che anche questa illusione testosteronica crolla, mettendo in luce una fragilità che è tanto ironica quanto commovente nel trovare sfogo in un pianto disperato. La critica sociale di Östlund è monocromatica ma la sua rappresentazione delle dinamiche di genere risulta più sfumata, e anche se il regista parteggia chiaramente per le donne (che riescono a essere meglio degli uomini anche quando sfruttano il potere per ottenere favori sessuali) il modo in cui affronta questi temi è diametralmente opposto a quello con cui ci dice la sua sul capitalismo: lascia che siano le azioni a parlare per i personaggi, senza proclami, trattenendosi nel finale anche dal rispondere in maniera chiara a una domanda (il capitalismo è un virus che infetta anche chi lo ha sempre storicamente subito?) che è più banale di quanto suggerito in punta di piedi fra un conato di vomito e l’altro.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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