Fantascienza e antropocentrismo: la terza stagione di Love, Death & Robots

La mia memoria storica fa abbastanza schifo (spero di non diventare, da anziano, uno di quelli che dice “erano meglio i politici di una volta!”), ma ricordo che quando, nel 2019, uscì la prima stagione di Love, Death & Robots la serie antologica di Netflix venne lanciata in pompa magna. Fece parlare tanto di sé, anche per questioni poco chiare riguardo all’algoritmo di riproduzione casuale degli episodi (si pensò che il sistema basava l’ordine sulle preferenze sessuali degli utenti, fatto smentito dall’azienda che, a ogni buon contro, già con la stagione due evitò di riproporre l’idea), ma soprattutto perché doveva essere una ventata d’aria fresca nel mondo dell’animazione. Lo è stata? Boh.

Se parliamo di yogurt, la risposta è sì

Magari sono un eterno insoddisfatto, ma mi aspettavo decisamente di più dalla serie creata, fra gli altri, da David Fincher e Tim Miller, perché al netto di qualche episodio che punta sulla simpatia e qualcuno che tira fuori idee niente male (su tutti Il dominio dello yogurt, ma meritano una menzione anche La testimone e Zima Blue) una fetta molto consistente delle storie puntava su testosterone, battaglie e conquiste… E ok che la parole Death nel titolo avrebbe dovuto farmi subodorare qualcosa, ma di modi originali per morire se ne possono inventare un sacco. Se parlando di animazione il livello è piuttosto alto, insomma, quando si passa sul fronte narrativo la soddisfazione cala sensibilmente, e questo nonostante siano stati adattati racconti di scrittori anche piuttosto quotati come Joe R. Lansdale. La seconda stagione, uscita nel 2021, riduceva la quantità a soli otto episodi invece dei diciotto della prima, abbassando la media sanguinolenta della serie ma senza riuscire a infilare nessuna chicca: i migliori risultano quelli che fanno ridere di più, ovvero Servizio clienti automatico ed Era la notte prima di Natale, ma la malinconica storia de Il gigante affogato (tratto da un racconto del maestro J. G. Ballard) rappresenta un imperfetto tentativo di spingersi un po’ oltre e provare a far pensare un po’ di più lo spettatore. Perché in fondo è questo che speravo facesse Love, Death & Robots: che mi desse storie con cui interrogarmi, sulla scia di una certa fantascienza che soprattutto negli settanta (con romanzi capolavoro come Solaris di Stanislaw Lem o Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij) riusciva a guardare allo spazio non come una frontiera da conquistare ma come un luogo da cui imparare ad andare oltre, magari anche oltre il concetto di umano.

All’uscita della terza stagione (che mi pare aver avuto meno battage pubblicitario, ma potrebbe essere solo un’impressione) mi sono quindi approcciato alla visione con questa speranza, continuando ad ignorare che la serie è stata partorita come “progetto parallelo” ad un mai concretizzatosi sequel del film d’animazione del 1981 Heavy Metal, ovvero non esattamente la cosa più profonda mai partorita. Sono rimasto soddisfatto stavolta?

Io che spero nel superamento dell’antropocentrismo narrativo

La risposta è, ancora una volta, sì e no. Sì perché c’è almeno un episodio che vale l’intera stagione, Jibaro (scritto e diretto dallo stesso Alberto Mielgo che aveva già griffato La testimone), che a livello di ritmo, estetica e originalità narrativa riesce a rendere estremamente coinvolgente la vicenda di una sorta di sirena sudamericana e dei conquistadores da lei irretiti; sì perché ho trovato le svolte di trama di Un brutto viaggio (diretto da Fincher con una computer grafica che mi ha ricordato quel gran pezzo di videogioco che risponde al nome di Dishonored), una sorta di problema del carrello ferroviario che coinvolge l’equipaggio di un vascello e un enorme crostaceo che vuole un passaggio per un’isola da trasformare in buffet, fresche e non scontate; sì perché è impossibile non intenerirsi di fronte all’apocalisse zombie di La notte dei minimorti, isterica e pucciosissima deriva in flash forward della classica resurrezione dei morti a cui siamo abituati (con tanto di scopata in territorio consacrato a fare da causa scatenante). No, invece, per almeno un paio di motivi.

Uno è la continua mancanza di veri spunti di approfondimento. Se non potevo aspettarmela da Morte allo squadrone della morte, battaglia a colpi di humor da action anni ’80 fra un gruppo di soldati e un orso cyberpunk, dalla missione di liberazione ostaggi in territorio ostile che finisce per trovare (SPOILER) un parente di Chtulu imprigionato sottoterra in Sepolti in sale a volta o dalla quota simpatia, rappresentata in questo caso da un Mason e i ratti che porta nel futuro l’annoso problema delle infestazioni di roditori nelle fattorie, ben altro sembravano promettere La pulsazione della macchina e Sciame.

La pulsazione della macchina vede due astronaute, Kiverson e Burton, finire vittime di un incidente durante l’esplorazione di Io, una delle lune di Giove: solo la prima sopravvive ed è costretta a trascinare il cadavere della seconda per rifornirsi di ossigeno, nel disperato tentativo di arrivare al punto in cui potrà mettersi in contatto col comando della missione. Le ferite riportate la costringono ad assumere prima della morfina e poi dell’anfetamina, per lenire il dolore e per aumentare la resistenza, ma quando il satellite comincia a parlarle attraverso il cadavere della collega per Kiverson è difficile capire se il tutto è frutto di un’allucinazione o meno. Lisergico nella messa in scena, inutilmente sboccato nei dialoghi/monologhi, l’episodio pone effettivamente domande simili a quelle del già citato Solaris, ma quando (SPOILER) Kiverson scopre che Io è in realtà un’enorme macchina non può fare a meno di chiederle qual è il suo scopo, il che mi ha un po’ mortificato perché riduce tutto alla necessità di una funzione… E infatti Io risponde che la sua missione è conoscere Kiverson, il che fa molto circolarità ma anche “volemose bene”, e poi si chiude tutto lì con una certa frettolosità che non manca di affliggere parecchi episodi. Chissà se anche il racconto di Michael Swanwick, che gli valse nel 1999 il Premio Hugo per il miglior racconto breve, aveva lo stesso finale.

Ma se La pulsazione della macchina riesce comunque a mettere da parte l’antropocentrismo per la maggior parte della sua durata, Sciame (adattato dal racconto di un altro calibro da novanta, Bruce Sterling) sembra poterlo superare agilmente e invece si schianta in vista del traguardo in maniera più fragorosa. Raggiunta dal dottor Simon Afriel, la ricercatrice Galina Mirny illustra al nuovo arrivato l’ecosistema dello Sciame, una colonia aliena in cui varie razze coabitano in armonia. Ovviamente l’avidità degli esseri umani causerà un patatrac, ma l’ecosistema troverà il modo di ribaltare la situazione a suo favore: nel finale (ALTRO SPOILER) a Simon viene lasciata la scelta di fungere da “riproduttore libero” (Galina è già stata assorbita da nuove entità sviluppatesi come elemento di difesa), per creare una razza ibrida che possa fungere da protezione alla probabile invasione umana, oppure essere assorbito, e lui accetta di rimanere indipendente sfidando l’entità che gli parla attraverso Galina con frasi di una retorica senza senso come “noi non diventeremo parassiti, gli umani sono diversi”. Già, peccato che lui è andato lì proprio con l’intenzione di sfruttare per fini economici (lavoratori che non si lamentano! Il capitalismo perfetto!) le scoperte di Galina! Ma in fondo l’uomo da certe dinamiche non riesce proprio a uscire, come ci suggeriscono in maniera sottile i creatori della serie…

Siamo qui per guardare il peggio degli esseri umani

Il secondo grande difetto della terza stagione di Love, Death & Robots è proprio quello di guardare spesso all’umanità in maniera cinica e sarcastica. Le dinamiche fra i membri dell’equipaggio in Un brutto viaggio non spandono ottimismo sulla collaborazione reciproca e l’empatia, i motivi che spingono l’umanità ad entrare in contatto con lo Sciame sono capitalismo allo stato puro, ma niente è più mortifero dell’analisi compiuta dagli androidi in gita su una terra post-apocalittica in Tre robot: strategie d’uscita. Seguito di un episodio della prima stagione, scritto come il precedente da John Scalzi (uno degli autori più presenti: anche Il dominio dello yogurt è frutto della sua mente), Strategie d’uscita mette in scena un tour per le ultime comunità in cui l’umanità si è rifugiata nel tentativo di sopravvivere all’apocalisse climatica, fra survivalisti, magnati informatici e politici edonisti. I commenti dei tre androidi mettono alla berlina i comportamenti autodistruttivi che già ben conosciamo, con un tono di insopportabile superiorità che non penso convincerà nessuno ad adottare uno stile di vita più sostenibile, portandolo al massimo a pensare “guarda quanto facciamo schifo” prima di andare a fare la spesa all’Esselunga invece di servirsi, che so, degli Alveari di quartiere (escludendo il commento sul nostro fare schifo quello sopra sono io, parlo molto di sociale ma poi i miei grossi difetti è bene che si sappiano). Alla fine si torna sempre lì, all’antropocentrismo: lo diceva già George Carlin quarant’anni fa, con tutti gli enormi difetti che può avere un discorso ambientale fatto allora, che alla fin fine noi stiamo cercando di preservare il nostro habitat e che ciò che la Terra vuole difficilmente riusciremo a comprenderlo (Marte è deserto, ma anche quello è stato creato dalla natura), ma ci piace considerarci elementi esterni, parassiti, virus, per poi sfoggiare improvviso orgoglio e tornare a mortificarci subito dopo. Forse il miglior commento alla nostra supposta importanza nell’economia dell’Universo è la piccola scoreggia che fa il nostro pianeta esplodendo, nel finale di La notte dei minimorti, se non sapesse anche quello un po’ di mortificazione autoassolutoria (e con queste due parole in fila sono pronto per il Pulitzer dei poveri.

Quindi la prossima stagione non la guarderò? Andiamo, sono un essere umano, sono vittima della coazione a ripetere (questa frase invece volevo giocarmela a un cocktail party) sempre gli stessi errori: la sto già aspettando al varco, con l’incrollabile speranza che riesca a parlarmi di speranza… Ma forse sto guardando dalla parte sbagliata, meglio che mi vada a rivedere Arrival.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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