Raccontare senza parole (o quasi): le potenzialità narrative della musica strumentale attraverso tre dischi

Foto di Dmitry Demidov da Pexels

Per chi segue questo blog non sarà una scoperta sapere che sono un appassionato di musica strumentale. Post-rock, math-rock e qualunque derivazione sul genere hanno cominciato ad affascinarmi anni fa, poi ho espanso gli orizzonti ancora un po’ arrivando ad esempi di jazz contemporaneo o di “elettronica intelligente“. Che ci trovo? Ispirazione, libertà, possibilità: dove non arrivano le parole, ci sono mille storie potenziali da narrare.

Tre dischi mi hanno fatto riflettere sulla questione nell’ultimo periodo, accomunati dall’uscita ravvicinata e, ovviamente, dal fatto di fare a meno della voce… O quasi, come si evince dal titolo di questo articolo. Acufene³ dei Muschio, The weather is fantastic degli Yesterday Will Be Great e Una specie di ferita dei To Die On Ice rappresentano tre modi diversi di intendere la musica strumentale e, a loro modo, tre differenti intenzioni nell’approcciarsi alla narrazione attraverso le note.

Muschio, struttura e precisione

Ci sono racconti che sono costruiti come congegni ad orologeria: ogni elemento è al posto giusto, ogni parola è esattamente quella che andava usata, la trama segue un filo che può non essere esplicitato ma che, una volta rivelato, porta inevitabilmente all’unico finale possibile. Le canzoni dei Muschio sono un po’ così: strutture mutevoli caratterizzate da riff ripetuti svariate volte, ma sempre con un progetto preciso in testa e i suoni giusti per realizzarlo. Suonano insieme ormai da più di dieci anni Fabio Poggiana (chitarra), Alberto Corsi (chitarra) e Rino Sorrentino (batteria), e arrivati al terzo album hanno ormai consolidato una formula efficace che replicano non a memoria, perché vorrebbe dire semplicemente ripetersi, ma con la consapevolezza di ciò che sono in grado di creare coi propri strumenti.

Acufene³ (uscito l’1 aprile col contributo delle etichette Taxi Driver, I Dischi Del Minollo, Muratore Noise Rec e del collettivo Tutto Il Nostro Sangue) è un concentrato di tensione alimentata fino al momento esatto in cui sfogandola si ottiene il risultato migliore, perpetuando un riff di chitarra per quasi tutto un brano e mutando ciò che ci gira intorno fra uno stop and go e l’altro (Califfo) od orchestrando una rincorsa che continua a variare ritmo fino allo schianto del silenzio finale (Sicario). È un disco compatto, con uno stile riconoscibile e atmosfere perlopiù cupe che sanno anche farsi strazianti, come nell’unico momento in cui la voce irrompe a spezzare il patto fra chitarre e batteria (FFF) o nella progressione che non si risolve di Dave Cocks, dedicata come l’intero album al musicista Davide Galli. I Muschio ci hanno messo sei anni per sfornare il loro terzo disco, ma con Acufene³ dimostrano di aver ben sfruttato questo periodo e di essere ormai arrivati alla maturità completa.

Yesterday Will Be Great, circolarità e alterità

La musica strumentale esiste in una dimensione più profonda e probabilmente meno immediata, e quello che ci interessava era proprio allontanarci dagli schemi e immergerci in sensazioni più intime.

Yesterday Will Be Great

Se i Muschio creano schemi articolati e precisi per portare l’ascoltatore là dove vogliono, gli Yesterday Will Be Great (Simone Ricci alle chitarre, Daniele Mambelli alla batteria e Giuseppe De Domenico al basso) preferiscono affidarsi alla corrente, o almeno questa è la sensazione che mi è rimasta impressa ascoltando The weather is fantastic (uscito l’8 aprile per Blooms Recordings). Sarà anche frutto del brano con cui si apre il disco, Points, una canzone che parte come se fosse già iniziata e finisce sfumando quando sembra sul punto di dire qualcosa di diverso, quasi fosse stata catturata parzialmente in una sorta di seduta spiritico-musicale.

Sono frammenti sonori replicati all’infinito quelli che compongono il secondo disco del trio romagnolo, schegge che sembrano provenire da un altrove appena oltre la nostra percezione e che raramente abbracciano una struttura rigida (l’eccezione è Trees/Giant, divisa in due momenti ben distinti a evocare una tranquilla passeggiata nel bosco che diventa una fuga all’avvistamento di un gigante). Nella loro musica si mischiano le distorsioni grezze dell’alternative rock anni ’90, gli arpeggi placidi di certo post-rock italico e non (Little blue flower ha il germe dei Giardini Di Mirò piantato in profondità) e la rarefazione sonora di cui sono maestri i Boards Of Canada, un miscuglio con cui formano blues dall’andamento ciclico (Overblues) o pezzi che si reggono su due riff in croce ripetuti fino a diventare mantra (The diamond’s issue).

The weather is fantastic non è un disco perfetto, è sporco (scelta consapevole, vista la registrazione in presa diretta a opera di Nicola Manzan) e non sempre a fuoco, persi come sono i tre musicisti a inseguire l’ispirazione di turno. Contiene però almeno un brano da ascoltare e riascoltare, The moon song, una suite rarefatta che nel mezzo muta rimanendo fedele al mood malinconico che la caratterizza: il miglior compromesso possibile fra l’improvvisazione introspettiva e l’apertura verso l’esterno.

To Die On Ice, l’atmosfera è tutto

Se gli Yesterday Will Be Great danno l’impressione di essere medium intenti a carpire musica dai recessi della realtà, ascoltando #Fisting – Come una palude dei To Die On Ice ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un deja-vu: come se l’inconscio collettivo avesse suggerito soluzioni simili a due gruppi diversi, mi sono ritrovato di fronte a una diversa iterazione di uno schema perseguito anche dai biellesi Sabbia nel loro brano 118, ma per il gruppo composto da Filippo (chitarra e voce), Simone (basso), Alessandro (batteria) e Andrea (sax) il brano che apre Una specie di ferita è solo l’antipasto di un boccone melmoso che non possiamo fare a meno di ingurgitare.

Definiscono Lynch Core il loro genere i To Die On Ice, e lo fanno con notevole lucidità. Le atmosfere dei brani, da quelle più minacciose di #Cumshot – Un efferato fatto di sangue all’ingannevole tranquillità (destinata a durare ben poco) di #Squirt – Una città in fiamme, sono perfette per un’ambientazione che sta a metà fra il Club Silencio di Mulholland Drive e la Loggia Nera di Twin Peaks. Incubi affascinanti, suoni impaludati nel marciume dei migliori Birthday Party che ambiscono alla levità con gli acuti jazzati del sax e tornano a sprofondare negli abissi ogni qual volta Filippo scartavetra le sue corde vocali… Perché sì, qui c’è anche la voce, un’ondivaga guida fra gli otto brani del disco che ci porta in un mondo di violenza casuale e disagio permanente, spezzando di rado le trame sonore degli strumenti che in tre canzoni regnano sovrani.

Come in una delle migliori pellicole di Lynch seguiamo delle suggestioni più che una trama, come nelle migliori narrazioni oniriche i fatti passano in secondo pieno ed emergono le sensazioni. Una specie di ferita (uscito il 23 marzo per Grandine Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Non Ti Seguo Records e Weird Side) è un concentrato di stile, unisce erotismo e squallore in un unico vortice dalle coordinate mutevoli nella forma ma ben definite nella sostanza: sax squillante e mellifluo, basso sulfureo, chitarra sferragliante e una voce che passa dal sussurro sensuale all’urlo luciferino. I To Die On Ice fanno musica per cui sembra esser stato creato apposta il termine “perturbante”, fateci un giro e sprofondate anche voi.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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