Racconto in musica 97: Al limitare di un sogno (Electric Youth – Runaway)

Quanto conta il modo in cui si scopre qualcosa di nuovo? Ricordo che anni fa, in un periodo di poco successivo alla mia scoperta dei Russian Circles, entrai in contatto con una piccola polemica che viveva nei meandri dei commenti su YouTube: una loro canzone era usata nei titoli di coda del videogioco Dead Space, cosa che divideva l* utent* fra entusiast* per il fatto che qualcun* avesse scoperto il brano in questo modo e purist* che invece consideravano questa modalità svilente, perché la gente si fermava solo lì senza approfondire o per chissà quale altro motivo. Un po’ li capisco, quest* ultim*, ma pure a me è capitato di immergermi nel mondo dei Pixies solo dopo l’imbeccata ricevuta sui titoli di coda di Fight Club e chissà in quante altre occasioni mi sono arrivate nuove suggestioni musicali da un film, una serie tv o un videogioco. Forse la polemica ha più a che fare con il nostro desiderio di essere “quell* arrivat* prima”, potendoci vantare di non dover ricorrere a certi mezzucci per scoprire musica bella, ma se vogliamo bene a un artist* dovremmo solo essere content* del successo che deriva da una comparsata ben piazzata: ad esempio chissà dove sarebbero gli Electric Youth senza l’inserimento nella colonna sonora di Drive, e chissà quale racconto ci sarebbe invece di quello di Roberta De Tomi, gradita ospite di questa settimana che proprio dal duo canadese ha preso ispirazione.

Roberta è nata negli anni ottanta a Mirandola, in provincia di Modena, e dopo la laurea al Dams di Bologna ha svolto varie mansioni legate alla comunicazione e all’organizzazione di eventi culturali. A portarla su queste pagine è l’amore per la scrittura, una passione coltivata negli anni e che l’ha portata a diventare ghostwriter e docente di scrittura creativa, oltre che a pubblicare negli anni svariate opere. Dopo aver curato per l’editore Bernini nel 2012 (assieme al poeta modenese Luca Giglioli) l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe Roberta inizia la sua carriera letteraria nel 2014, pubblicando con How2 Edizioni il manuale Come sedurre le donne, per poi passare due anni dopo al romanzo: il primo è Chick girl – Azalee per Veridiana (Delos Digital), seguito fra gli altri da Alice nel labirinto (2017 Dae Editore, secondo premio ex-aequo come miglior romanzo fantasy al Trofeo Cittadella 2019) e Trappola d’ardesia (uscito in digitale per Delos Crime nel 2020 e in cartaceo l’anno scorso per Sága Edizioni). Ha inoltre autopubblicato, fra il 2020 e il 2022, i racconti lunghi Melody, la Vestale di Inventia, Erika e il mistero della Regina delle Fate e il romanzo Il maledetto residuo nel cuore, mentre nel tempo libero (dove riesca a trovarlo non lo so) cura il blog La penna sognante.

La carriera di Bronwyn Griffin (voce) e Austin Garrick (synth e batteria) inizia invece nel 2011, ed è una partenza col botto. Dopo aver pubblicato con l’etichetta Watts Arcade il singolo Right back to you la loro canzone A real hero (realizzata con il producer francese David Grellier, in arte College, e in parte ispirata dall’eroico ammaraggio sull’Hudson compiuto dal pilota Chelsey Burnett “Sully” Sullenberg), pubblicata nell’omonimo Ep, viene inserita nella colonna sonora del film Drive di Nicolas Winding Refn: la pellicola è un successo inaspettato (almeno per chi, come me, non aveva ancora visto opere come il fantastico Bronson), alimentando di fatto anche la carriera del duo che, con la loro synthwave fondata sulla voce eterea e riverberata di Griffin e le basi elettroniche di Garrick, ben si collocano nel revival musicale anni ottanta che praticamente ogni tot anni ritorna (anche se, va segnalato, hanno dichiarato di non avere alcun interesse nel ricreare il passato, ma di non poter fare a meno come persone nostalgiche di sentirne l’influenza). Il primo album, Innerworld, lo pubblicano nel 2014 sotto le etichette Last Gang Records e Secretly Canadian, ed è un profluvio di sonorità sintetiche e algide che dà una forma definitiva al loro stile, replicato senza troppi cambiamenti nel successivo Memory emotion (2019, pubblicato nuovamente da Last Gang e Watts Arcade e vincitore di un Juno Award per il miglior disco di musica elettronica). Nel frattempo il duo, apparso nel documentario The rise of the synths assieme fra gli altri al regista John Carpenter, ha preso tutti questi legami col cinema come un segno e si è avventurato nel mondo delle colonne sonore: è del 2017 l’uscita di Breathing (Milan Recordings), l’unica parte rimasta del progetto di un film horror che avrebbe dovuto essere diretto dal regista canadese Anthony Scott Burns (divergenze con la produzione hanno fatto abbandonare prima il filmmaker e poi gli Electric Youth), mentre nel 2022 i tre uniscono nuovamente le forze per realizzare Come true, pellicola per cui Burns riceve una nomination come miglior regista ai Canadian Screen Awards.

Runaway è la seconda traccia dell’album Innerworld, una canzone che parla di nuove opportunità da cercare altrove e lo fa su un tappeto sonoro in bilico fra la contemplazione nostalgica e la carica donatale dalla batteria. Roberta è riuscita in pieno a catturare tutti questi elementi, condensandoli in un racconto che fa un quadro preciso della disillusione giovanile alle prese con il mercato del lavoro: lascio a voi scoprire, subito dopo il brano, se i due protagonisti riusciranno a trovare la luce in fondo al tunnel del precariato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Al limitare di un sogno, di Roberta De Tomi

Ci avevano assicurato che, dopo la laurea, si sarebbe spalancata la Wunderkammer delle realizzazioni. I nostri sogni avrebbero brillato come pietre preziose. Io, però, devo avere trovato un’Albtraumkammer, una camera degli incubi in cui i sogni si spezzano come vetro.
Thomas, mancato avvocato, ora addetto alla farcitura di panini e alla friggitrice, aspira un’ultima boccata di fumo. Fa cadere il mozzicone a terra e lo schiaccia con la punta della scarpa.
«Bah, siamo stati un bel business accademico. Stretta di mano, prendi la tua laurea e vola sulle ali del vaffanculo e lode.»
Abbozzo un sorriso amaro, mentre sbircio l’orologio. Abbiamo ancora dieci minuti prima di tornare in cucina. Dieci minuti per ridisegnare i margini dei nostri sogni.
Torno al passato, a quando griffavo articoli per i giornali. Uno sbatti dietro l’altro, il rischio di una querela, la lite con il caposervizio che voleva che scrivessi quello che non era scritto da nessuna parte. Ma lui, il gran Visir, aveva fatto la sua leggendaria “altra telefonata”. Fonti fidate e domande scomode su cui non ero mai d’accordo. Sulla mia griffe, uno non scriveva quello che gli pareva; ma alla fine, era la redazione a decidere.

Presto capii che ero solo uno dei tanti corrispondenti di provincia: indispensabili nella lontananza, superflui in redazione. Del resto c’era sempre la scusa della gavetta, usata per intortare il neofita dei media almeno finché non capiva che la gavetta sarebbe stata infinita. I fenomeni erano altri: gli allegri collezionisti di tessere, puzzle e amicizie, versus i collezionatori delle sorprese degli ovetti Kinder, come il sottoscritto. Spesso non erano neppure le migliori, così ho smesso con loro e con la cioccolata. Con le cazzate no, quelle sono il mio brand.
Thomas mi afferra per il polso.
«Scappiamo.»
A proposito di cazzate, mi lascio trascinare dalla sua follia.
Un tappeto sonoro mi avvolge, come se fossimo i protagonisti di un film, tipo Rocky o in Fuga da qualcosa. Una voce soffusa m’incanta nel motivo ascoltato l’altra sera. Runaway, il pezzo di quel gruppo che sembra avere voluto omaggiare Debbie Gibson. Ma no, Electric Youth era nato per altro, non ricordo cosa, la mia memoria sfarfalla. Un tempo mangiavo i libri, ora corro con Thomas, mentre sentiamo delle voci alle spalle. Sirene, clacson, grida, gli odori della città, ristagno di vita.
Sento la fatica, anni di alcol, strappi e delusioni sullo stomaco. Non sono più il galoppino della provincia. Non sono più neppure il neofita che voleva sfondare le pareti dell’ovvio, cambiare il mondo con la biro e la verità. In fondo volevo fare lo scrittore, essere il Bukowski del nuovo millennio. Meglio, de’ noantri.
Ora ho smesso il ruolo di cuoco, improvvisandomi runner.
Secondo Thomas è il momento di prendere in mano la nostra vita per imparare a volare.
Se lo vuoi…
Alzo lo sguardo sul barbaglio ronzante di un lampione.
«Il vicolo cieco!»
Un altro. Lampione spento.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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