Il supermercato come incubo neoliberale: Manodopera di Diamela Eltit

Ognuno di noi ha i suoi problemi col lavoro. Possono essere rapporti complicati coi colleghi, coi principali, anche semplicemente la consapevolezza che non facciamo quello che ci piacerebbe o che non riteniamo più sostenibili per il nostro equilibrio psichico certe condizioni (una consapevolezza resa più evidente dal boom di dimissioni volontarie post-Covid, che in Italia si concentra perlopiù fra i giovani impiegati del nord). Ci sono però contesti in cui l’oppressione di ciò che facciamo per vivere è più pervasiva e, fatto salvo il discorso per cui si vive meglio in una fabbrica italiana piuttosto che in una miniera d’argento in Bolivia, anche nel ricco occidente problematiche come precariato, sfruttamento, disparità di genere e chi più ne ha più ne metta rendono l’esperienza del lavoro un girone infernale che complica la vita anche al di fuori delle otto (per i più “fortunati”) ore.

Mi è capitato di leggere, fra fine marzo e inizio aprile, due libri che analizzano bene questo senso di straniamento: uno di questi è Manodopera, romanzo del 2002 dell’autrice cilena Diamela Eltit tradotto in Italia nel 2020 da Alessandro Polidoro Editore.

Manodopera è un libro bizzarro e allucinante, diviso in due parti ben distinte ma immerse nella stessa realtà, quella di un supermercato visto dalla prospettiva di chi ci lavora. La prima metà del romanzo è la descrizione delle giornate lavorative illustrata in prima persona da un dipendente senza nome, compresso fra la paura di essere preso di mira dai supervisori, il rapporto di odio/amore/dipendenza coi clienti e la fascinazione per i prodotti, vera e propria anima pulsante del luogo.

Non cerco né, tantomeno, ho la presunzione di sopravvalutare le mie capacità, sarei inopportuno, arrogante e meschino. Mi azzardo però ad affermare che questo cliente che mi ronza intorno (come una cagna impazzita) sia disposto a tutto pur di lasciare il supermercato in modo illegale e restando impunito. Perché la sua aspirazione è quella di uscire dal supermercato senza pagare i prodotti (alle spalle della mia complicità) e dedicarsi poi – con gioiosa e scomposta frenesia – a godere delle merci. Un godimento che riesco a comprendere bene perché sono parte di quello stesso desiderio, della sua esigenza di espormi alla telecamera, per poi, in una vendetta radicale, moltiplicare l’estasi, in parte universale, del prodotto.

Nella visione del dipendente il supermercato appare sotto una luce quasi orrorifica, attraverso la sua viva voce facciamo esperienza della sofferenza fisica e psichica e della continua alternanza fra i sentimenti di devozione e disprezzo per la realtà a cui sembra essersi votato anima e corpo, tanto che della sua vita al di fuori delle porte scorrevoli non riceviamo nessuna notizia. Fra sfoggi di perfezionismo e autorità, ammissioni di debolezza, derive messianiche e sprofondamenti alcolici vediamo sempre più cedere la sua professionalità, compromessa dal sentirsi costantemente giudicato per le sue azioni e da condizioni di lavoro impossibili da sopportare a lungo termine. Ognuno degli otto capitoli reca come titolo una citazione delle principali voci della stampa cilena che hanno accompagnato le rivendicazioni dei lavoratori (come spiegato nell’interessante postfazione della traduttrice Laura Scarabelli), quasi a dimostrare a cosa siamo giunti nonostante le lotte del passato.

La mia salute, in uno spazio ancorato a una realtà inafferrabile ma contundente, è diventata pietosa, turbata dall’incremento ciclico delle merci. Sì, sono stato sconfitto da un grandioso attacco di debolezza che, come ho già detto, corrisponde a una malattia lavorativa, un male strettamente tecnico provocato da un eccesso (inutile, come vedete, totalmente inutile) di concentrazione mescolato alla mia ansia di perfezione.

La seconda parte, più corposa, si concentra invece su un gruppo di dipendenti, costrett* a una convivenza forzata in un appartamento a causa della retribuzione insufficiente. Fra problemi personali, litigi e riappacificazioni, il tessuto sociale del gruppo è soggetto a continui strappi dovuti al modo in cui ognuno di loro contribuisce all’economia domestica, al sostentamento finanziario e, soprattutto, al modo in cui si spende per mantenere il posto di lavoro, con l’incubo del licenziamento sempre dietro l’angolo. Man mano che la vicenda procede, senza una vera e propria trama ma più con l’affastellarsi di singoli momenti di crisi, le politiche aziendali aumentano la loro disumanità, cambiando ciclicamente il personale, riducendo gli stipendi con la scusa dell’orario di lavoro ridotto e variando mansioni senza una logica apparente.

Fu Gloria a prendere l’iniziativa. Non ci consultò nemmeno. Si vestì con cura. Indossò la sua minigonna elasticizzata, calze di cotone, il foulard semitrasparente al collo, i larghi orecchini a forma di cerchio, gli stivali, il gilè di lana. Si truccò le labbra di un rosso piuttosto acceso. Si mise il profumo dietro alle orecchie. Stava molto bene. Era quasi bella. Andò al supermercato e raccontò tutto al supervisore. Il supervisore era uno di quei capi che amavano rinchiudersi nel loro ufficio con il culo di Isabel. Gloria gli disse che Alberto voleva formare un sindacato. Il supervisore non la conosceva bene. La ascoltò con un’espressione spaventata sul volto. Se fosse saltata fuori la storia del sindacato era la prima testa che avrebbero fatto saltare. Quella stessa mattina, licenziarono Alberto. Senza compilare alcun documento perché la lettera di licenziamento dovevamo sottoscriverla all’assunzione. Firmavamo i fogli ogni trenta giorni. Sì. Ogni trenta giorni dovevamo apporre una firma. Dopo quello che era successo, Alberto aveva ormai le ore contate in casa. Noi non accoglievamo i disoccupati. Né i malati.

Se la prima parte del libro mostra l’incubo delle giornate passate all’interno del supermercato, la seconda evidenzia l’impatto che le condizioni lavorative hanno sui rapporti interpersonali. Gloria, Isabel, Enrique, Gabriel, Sonia, Andrés e Pedro (più la voce narrante, senza nome ma non direttamente associabile al dipendente anonimo della prima parte) convivono in un equilibrio precario dove ogni gesto può causare la cacciata di casa, ogni libertà è un affronto, le malelingue si sfogano alle spalle degli altri e solo tiepidi scampoli di umanità permettono al gruppo di resistere, stretto intorno alla missione di rimanere ancorati al proprio posto di lavoro.

Isabel era più brutta, si muoveva penosamente tra i pianti del bambino. Si lasciava andare Isabel. Sempre spettinata, vestita con una vestaglia dozzinale, senza i suoi orecchini, senza i suoi bracciali, con le occhiaie e dei peli orribili sotto le ascelle. Non capiva che se non metteva in fretta qualche chilo, se non ritornava a sorridere, se non si lavava, se non indossava quelle sue calze così belle che ci piacevano tanto, se non si truccava quella faccia di merda, sarebbe andato tutto a puttane, come le fece notare Enrique, con elegante serenità.

La prosa di Eltit è contraddistinta da frasi brevi e un uso costante di ripetizioni, un linguaggio che rende bene l’alienazione costante a cui sono soggetti i protagonisti. Soprattutto nella prima parte, quella più sperimentale, l’autrice porta all’eccesso le dinamiche visibili in un supermercato qualsiasi, trasformando bambin* in orde barbariche, anzian* in esseri che si trascinano penosamente fra gli scaffali, il periodo natalizio nell’occasione per un’illuminazione consumistica vagamente blasfema e le compere per il cenone di fine anno un martirio che dura un numero crescente di ore. Spesso Eltit incunea alcune parole o frasi all’interno di parentesi, forse pensieri abortiti, forse l’ennesimo segnale della schizofrenia del dipendente anonimo.

Gentile, avvolto nella mia abituale cortesia, devio (non ne posso più) verso il bagno e sento il getto. Piscio come un forsennato, sono 14 o 16 ore che la tengo. Corro il rischio. Lo so. Ma rispetterò l’accordo delle 24 ore.

24 ore. 24.

24 ore senza straordinari.

In un impulsivo atto di sincerità, dovrei confessare (ma a chi?) che ormai nulla riesce ad abbattermi. Sono forte, ben curato, gentile, sicuro di me, attento a ogni dettaglio, affidabile. Il supermercato è come una seconda casa. Gironzolo al suo interno, proprio così, come se si trattasse di casa mia. Mi rifugio nell’assoluto agio che ti regalano i luoghi familiari. Tuttavia non è la prima ma decisamente la seconda casa e mi perdo. Vacillo immerso nell’angoscia che mi provoca questa crescente instabilità.

Manodopera non è un libro semplice e non è un libro che offre risposte. Stimola piuttosto, attraverso una consapevole esagerazione, a porci domande su come evitare che realtà come questa diventino la norma, su come rapportarci agli altri in maniera altra rispetto a quella utilitaristica: vivere senza ferire nessuno è impossibile, soprattutto in un mondo dove anche l’acquisto di un prodotto può significare la sofferenza di qualcuno, ma girarsi dall’altra parte è una tattica che a lungo termine può solo rivoltarsi contro di noi.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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