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Post-post punk: il nuovo album dei Kick

Per quanto abbia aperto un blog che parla tanto di musica, ma davvero tanto, e qualcuno (magari) si aspetta che io sia piuttosto esperto di come vanno le mode del momento, devo ammettere che in realtà no, brancolo nel buio. La mia scoperta di nuov* artist* deriva principalmente dai concerti (percentuale scesa di molto da quando Tremila Battute esiste), da suggerimenti colti per caso e da dischi che mi arrivano, in pratica zero logica. A voler cercare di vedere un sacco di serie e film, leggere un sacco di libri, star dietro alle riviste e cercare ogni tanto anche di scrivere il massimo che posso permettermi è di conoscere un po’ di tutto e non essere esperto di nulla: per fortuna faccio l’operaio e non il giornalista, e se tanto mi dà tanto mi sa che la situazione non cambierà in futuro.

Però, ed è un grosso però, mi sembra di aver capito che negli ultimi anni si è rinnovato l’interesse per il post punk.

Due atteggiamenti, un genere

Ho provato ad ascoltarli, gli IDLES e i Fontaines D.C.. Ci ho provato più volte, ma ne ho ricavato poche emozioni. I primi, al netto di un album davvero ottimo come Ultra mono, mi sembra abbiano il potenziale per spaccare tutto e vadano avanti col freno a mano tirato: sarà che la prima volta che ho provato ad ascoltarli avevo appena recuperato un album dei The Birthday Party e insomma, sono paragoni scomodi, ma la furia di Joe Talbot esplode raramente a livelli del Nick Cave pre carriera solista. I secondi invece proprio non li capisco, avranno anche (così sento dire) dei bellissimi testi ma mi sembrano smorti, un incrocio fra il post punk dei tempi che furono e, che so, Cloud Nothings. Sono vecchio io o si sta davvero cercando di riciclare un genere senza innovare niente? Non chiedo chissà che, ma almeno che le canzoni non si assomiglino tutte (e sì, questo è proprio un commento da vecchio).

Se quello che chiedevo non me l’hanno dato né gli Idles né i Fontaines D.C., a portarmelo sono stati i Kick.

Non si definiscono post punk i Kick, ovvero Chiara Amalia Bernardini (voce, basso e autrice dei testi) e Nicola Mora (chitarre, piano elettrico, synth e campionatori), ma è innegabile che c’è anche quello all’interno della loro musica. Basta ascoltare i ritmi ossessivi di basso e batteria (suonata in tutto il disco da Giovanni Caniato) dei primi due brani di Light Figures, Rubberlover e Sirens never sleep, per avere un assaggio di quel mondo lì, di quell’atmosfera vagamente claustrofobica che la voce di Bernardini, prima armoniosa e poi ironicamente tagliente, alimenta per contrasto. Ma la cosa bella di questo disco, uscito ieri per la Anomic Records di Berlino, la Dischi Sotterranei di Padova e la Sour Grapes di Manchester, è che non si ferma lì, non cerca di riciclare lo stesso canovaccio e lo si intuisce già dallo sfogo noise che chiude Sirens never sleep, anche se da lì in avanti si va in almeno tre direzioni contemporaneamente e non per forza quelle che ci si aspetta.

Light figures è tutto tranne che perfetto, va detto subito. Se tutti i brani fossero stati come Viole, una sorta di versione blandamente trip hop di una canzone dei Kings of Convenience (nonché l’unico brano cantato in italiano, stranamente con un’inflessione atona che sembra suggerire che a cantarla non sia una madrelingua), non mi sarei messo certo ad ascoltarlo così tanto, ma all’interno di un disco che sperimenta e osa si finisce per apprezzare tutto, anche le sbavature. Il secondo disco dei Kick è come quelle raccolte di racconti disomogenee, in cui trovi così tanta fantasia che alla fine scendi a patti anche coi testi che ti sono piaciuti meno perché poi ti si stampano in testa gli stridenti incubi meccanici di 24-hour delivery club e l’algida inquietudine di Atlantide, un brano per cui sembra esser stata creato il termine “perturbante”: in queste canzoni Bernardini e Mora dimostrano di avere un’estetica riconoscibile e anche un’etica, perché sono solo alcuni dei testi in cui il duo mette l’accento su temi come il materialismo, il cambiamento climatico e, più in generale, lo straniamento provocato dal capitalismo. Asperità come queste vengono alternate a brani più morbidi come Eleven, dolce e malinconica a seconda dei momenti, e Sparks, il brano forse più pop e per cui non stonerebbe il suffisso “dream” se non fosse per quella batteria che continua a tirare dritta come un treno.

Se la musica brilla per varietà la voce di Bernardini non è da meno. Robotica e a tratti isterica in 24-hour delivery club, melodiosa nell’incalzante Benvegnuda (dove alterna almeno tre lingue), il meglio di sé lo sfodera in Setting Tina, dove fra le ruvidezze di chitarra e basso (suonato nientemeno che da Scott Reeder, bassista dei Kyuss in due dei loro capolavori) lei si appoggia provocante fra sussurri e vocalizzi. È grazie a una personalità forte e l’idea di una direzione precisa, per quanto varia, che Light figures è così affascinante: sorprende, diverte, inquieta, delude anche a tratti ma non lascia mai che la noia prevalga e, soprattutto, non lascia mai l’impressione che quanto di buono c’è dentro sia frutto del caso, solo che Bernardini e Mora si siano divertiti un sacco ad andare musicalmente dove gli pareva e piaceva.

Hanno quindi innovato il post punk, i Kick? Possiamo chiamarlo post punk, questo incrocio di influenze che da un motore ossessivo tira fuori tutt’altro? Non lo so, ma di certo preferisco mille volte queste ibridazioni a una vecchia lezione portata avanti con verve altalenante: continuate così!

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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