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Ballare e pensare, ma non troppo: Sale rosa, il nuovo album di dellacasa maldive

Qualche anno fa, quando ascoltai Alors on danse di Stromae, pensai di trovarmi di fronte all’ennesima canzone da dancefloor con dei fiati nel ritornello (sì, è una descrizione un po’ del cazzo: non sono un grande esperto di musica da discoteca). Soltanto in seguito, grazie al tam tam mediatico, scoprii che dietro a quelle parole in francese che i miei ricordi delle scuole medie non riuscivano a decifrare c’era del senso: il giovane artista belga aveva provato a unire due mondi, quello dell’impegno e quello del divertimento, un connubio che funzionò e lo proiettò in breve tempo in cima alle classifiche.

Quell’episodio, lontano ormai undici anni, mi è tornato in mente ascoltando Sale rosa, secondo album di dellacasa maldive fresco d’uscita per l’etichetta La Valigetta. Riccardo Dellacasa, polistrumentista lombardo (ma ora di stanza a Venezia) che si cela dietro al moniker, non fa musica da dancefloor ma ci tiene comunque a far ballare in questi dieci brani, un mix personale che unisce synth pop, suggestioni caraibiche, ritmiche funky e qualche distorsione qua e là. A fare da apripista dell’album, dopo la breve Intro, è però un brano che lascia trasparire molte ombre: Sto perdendo me stesso, canzone multiforme che si fregia della collaborazione con Max Collini, racconta attraverso alcuni episodi biografici una mancanza di orizzonti che è endemica nella società odierna soprattutto fra i giovani, schiacciati da un mondo del lavoro che non offre garanzie e la necessità di essere sempre al top (scusate per la sintesi banale di un problema reale e molto piùcomplesso di così). Dellacasa maldive come Stromae quindi? Be’ non proprio.

“Mi rimane il desiderio di farti cantare e ballare”, questo afferma Dellacasa in Pedalini, ed è quanto cerca di fare per la maggior parte della durata dell’album: se Voglio solo stare fuori all’aria aperta insiste sulla noia non è per farne una questione esistenziale ma solo per rimarcare la necessità di contatto umano e il New awakening, new beginning dell’omonima canzone, incedere tropicale su suoni elettronici, sembra una necessità cui manca una direzione specifica. La voglia di fuggire, evocata in Passages, si scontra nello stesso brano con la comodità data dal rifugiarsi nel passato (un passato che emerge, musicalmente, dai suoni elettronici spesso filtranti con gli anni 80), quasi a confermare quanto affermava Mark Fisher sull’impossibilità di immaginare un futuro che non sia una riproposizione di ciò che già conosciamo. Sale rosa lascia intuire una profondità che non viene esplorata, abbozza temi interessanti ma se ne dimentica per strada: farebbe incazzare se non fosse suonato dannatamente bene.

Gli arrangiamenti sono il fiore all’occhiello di questo disco, elaborati senza risultare pesanti, e questo nonostante una durata media dei brani che si attesta nella maggior parte dei casi oltre i quattro minuti. La musica è l’ancora di salvezza di Dellacasa, lo afferma lui stesso nei sei minuti abbondanti (comprensivi di qualche momento meno riuscito) di Sto perdendo me stesso, e allora amen se il testo di Nora lascia indifferenti perché è la melodia ciò che conta, contagiosa nella sua semplicità tanto quanto lo è la chitarra che anima i ritornelli di Voglio solo stare fuori all’aria aperta. È un album allo stesso tempo furbo e anarchico Sale rosa, azzecca le giuste note per lasciarti “stanco ma felice” (citando ancora Pedalini, probabilmente il brano migliore del lotto nonostante alcune righe di testo che sembrano messe lì giusto per fare rima) ma si permette anche di fare un po’ quello che gli pare, tipo piazzare esattamente a metà disco un divertissement come Rio moog che è un’azzeccato omaggio a certe colonne sonore anni 80 (John Carpenter, cita la cartella stampa, ma a me ha fatto venire in mente I guerrieri della notte). Domani cerca di riproporre sul filo di lana un minimo di analisi sociologica su un futuro incerto, ma le parole si perdono fra un riff di basso trascinante, la chitarra fuzzatissima e synth acidi a fare da tappeto sonoro: un ottimo modo di chiudere il discorso.

Può un disco essere bello e apparire allo stesso tempo come un’occasione sprecata? Sale rosa ci riesce, azzeccando musicalmente (quasi) tutto ma lasciando quella punta d’insoddisfazione nel vedere le parole utilizzate al minimo sindacale dell’impegno. Non si chiedeva certo a dellacasa maldive di coprire il buco lasciato dagli Offlaga Disco Pax solo perché appare Max Collini in un featuring, ma quell’insofferenza che aleggia sull’intero album avrebbe potuto essere approfondita invece che rimanere ignorata e lasciata lì, ad ammantare con un sottile velo di tristezza una festa da cui usciremo pieni di adrenalina ma uguali a prima. E allora danziamo, orsù, penseremo dopo a cosa fare della nostra vita.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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