Racconto in musica 76: Souvenir (boygenius – Souvenir)

Buona notte delle streghe! Siete pronti a festeggiare Halloween? Siete pronti a farvi trascinare in un vortice di paura e goliardia secondo dinamiche che abbiamo assorbito da una cultura che non c’entra niente con la nostra (ma che le ha mutuate da usanze celtiche, come mi hanno spiegato ieri in un interessante Ghost tour di Milano), un po’ come abbiamo fatto aspettando i regali di Babbo Coca-Cola? Tranquilli non farò un attacco al consumismo, non posso permettermelo dopo aver partecipato per anni a feste a tema vestendomi nelle maniere più sceme possibili (ricordo un Ash Williams con tanto di sega fatta col cartone e la catena di una bicicletta, squagliatasi grazie alla pioggia torrenziale beccata facendo la coda fuori dal locale, oppure l’amatissimo Babbo Nasale): non ho nemmeno la colonna sonora giusta da mettere, perché qui a Tremila Battute siamo alternativi e la musica l’ho lasciata scegliere a Gianluigi Bodi, che ci porta nel mondo delicato e soffuso delle boygenius.

Ma presentiamo innanzitutto Gianluigi. Nato a Jesolo nel 1975, si è laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Fin dal 2013 parla di libri nel suo blog Senzaudio, scrivendo recensioni e facendo interviste con un occhio di riguardo particolarmente alla piccola e media editoria, mentre è più recente la sua produzione letteraria, il che non gli ha impedito di raggiungere coi suoi racconti le principali riviste letterarie (online e non): potete leggerli su Crack, Cadillac, Il primo amore, Narrandom, Pastrengo, Rivista Blam, Grafemi, Altri Animali, Tuffi. Oltre ai suoi potete leggere anche i racconti delle due antologie che ha curato, Teorie e tecniche di indipendenza (uscito nel 2016 per Verbavolant) e Hotel Lagoverde, fresco di uscita in questo 2021 per LiberAria. Se non bastasse ho scoperto anche che Gianluigi è stato finalista per ben due volte a uno dei concorsi letterari più interessanti del panorama italiano, 8×8: se volete ampliare le vostre letture godetevi tutti i racconti finalisti delle edizioni 2018 e 2020. A portarlo su queste pagine è stata, ovviamente, la passione per la musica, un rapporto iniziato grazie alle cassette di suo padre e che ora prosegue facendosi portare dove Spotify vuole.

Le boygenius sono state per me una scoperta, perché ammetto di non aver mai sentito nominare Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus prima che Gianluigi mi proponesse il suo racconto. Giovanissime ma già affermate (otto album in tre, più una gran quantità di Ep e collaborazioni), tutte e tre gravitano nella scena indie-folk statunitense e ad unirle, oltre alla stima reciproca, è stata la frustrazione di sentirsi paragonate l’una all’altra semplicemente in quanto “donne che fanno musica”, senza che venissero riconosciute le differenze stilistiche dei loro rispettivi progetti. Alla denuncia di Dacus non hanno quindi fatto seguito risposte piccate delle altre due artiste (giusto per smentire un altro stereotipo sulla competizione femminile), bensì è stato l’inizio di una collaborazione che ha portato all’Ep omonimo del 2018: sei brani registrati in quattro giorni, un’idea completa e una bozza a testa portate in studio per iniziare poi a confrontarsi, suonare e completare il tutto facendosi forza a vicenda. Il nome del progetto è già una storia a sé stante: volutamente in minuscolo, boygenius è un modo ironico di far notare quanto agli uomini venga continuamente ripetuto, fin dall’infanzia, che le loro idee sono geniali e che i loro obiettivi andrebbero perseguiti a ogni costo, mentre alle donne, mutuando le parole di Bridgers, viene insegnato che dovrebbero ascoltare invece di parlare.

Il disco viene pubblicato dalla Matador, etichetta sotto cui escono già Baker e Dacus, ed è un successo di critica e pubblico: atmosfere soffuse ma che non disdegnano le distorsioni (soprattutto nei brani dove è Dacus la voce principale, Bite the hand e Salt in the wound), voci che si incastrano alla perfezione e testi profondi. Le boygenius partono in tour subito dopo la realizzazione dell’Ep, appaiono in programmi televisivi come Late Night with Seth Meyers e NPR Tiny Desk e collaborano svariate volte anche in seguito, sia nei loro progetti singoli che con altr* artist* (ad esempio Hayley Williams nella sua Roses/Lotus/Violet/Iris). Quando arriva la pandemia le tre danno ancora prova della sinergia che le unisce, riunendosi virtualmente per raccogliere 23000 dollari a favore di progetti sociali delle rispettive zone tramite la vendita di alcune versioni demo delle registrazioni dell’Ep su Bandcamp. Se ci sia un album all’orizzonte non è dato saperlo, nel frattempo il 2021 ha già visto l’uscita dei dischi di Baker (Little oblivions) e Dacus (Home video).

Souvenir è una canzone che si appoggia principalmente sulla voce dolente e la chitarra di Julien Baker, capace di tessere con parole e musica un’atmosfera notturna e avvolgente. Gianluigi ha mutuato alla perfezione tutte le sensazioni che dona l’ascolto nel suo racconto, ricamando la commovente storia di due fratelli attorno ai dettagli che emergono dal testo della canzone. Potete leggerlo subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Souvenir, di Gianluigi Bodi

Nei miei incubi io muoio sempre. Addormentarmi accanto a qualcuno non è mai servito a niente. Ho riposto la speranza al di fuori di me come ci ha insegnato nostra madre, ma ho sbagliato.

“Pregate Gesù e succederanno cose belle”, ci diceva.

E io pregavo, con metodo, passione, insistenza, fino a che tutto si è dissolto, le parole hanno perso importanza, sono diventate una nenia insopportabile. Quando sei morto ho pensato che fosse colpa tua, che non ti fossi dedicato abbastanza a Dio.

“Non abbiamo pregato abbastanza”, diceva nostra madre tra un singhiozzo e l’altro.

“Non hai pregato abbastanza”, diceva nostro padre con gli occhi arrossati e lo sguardo che voleva incenerirmi.

Perché avrei dovuto continuare quando era chiaro che nulla di ciò che ci avevano detto era vero?

Ed è in quel momento in cui ho iniziato ad aver incubi lunghi e complessi in cui, alla fine, finivo sempre per morire. Omicidio, suicidio, incidente, non faceva differenza. Tendevo la mano per cercare la tua nell’altro letto gemello ma tu non c’eri più, c’erano poche statuine impolverate e io ero solo al buio, indifeso. Piangevo, piano, per non farmi sentire, poi la luce si accendeva di colpo, la stanza si illuminava come fosse giorno e mio padre mi sovrastava con gli occhi assonnati, capace solo di parole perentorie e ruvide.

Nemmeno gli acchiappasogni hanno funzionato. Li ho appesi ovunque. Sopra il letto, da piccolo, anche sullo specchietto retrovisore, da grande. Non potevo sapere quando gli incubi si sarebbero avvicinati e sarebbero entrati nel mio cervello.

“Ti spaccherei la testa per vedere cosa c’è dentro” diceva mio padre quando capiva che non mi sarei riaddormentato.

Avrei voluto dirgli che forse ci avrebbe trovato qualcosa che non sarebbe piaciuta e nessuno dei due.​

Ho studiato medicina, ho pensato che se non potevo più salvare te allora avrei potuto salvare altri come te, altri così importanti da essere per sempre rimpianti. E ho lasciato la nostra casa, perché non potevo più stare con loro. Mi sono portato dietro gli acchiappasogni e qualche souvenir che avevamo comprato nelle nostre prime gite alle elementari. Mi sono trovato un appartamento vicino al cimitero per starti sempre vicino. Niente è servito. Nei miei incubi, ho continuato a morire. Nei miei risvegli ho continuato ad allungare la mano, trovando un piccolo Colosseo in gesso che dovrebbe cambiare colore con il cambiare del clima, ma che rimane sempre rosa.

Rimane sempre sé stesso, ho pensato. E pensando ho capito. Il sonno ci annienta; i miei incubi esigono che io muoia.

Ora sono appeso al ramo di un albero e dondolo come un acchiappasogni. Il cielo è sereno, l’aria immobile e penso che durante l’autopsia, forse, troveranno qualcosa per giustificarmi davanti ai nostri genitori.

Allungo la mano verso il vuoto sperando che, quando tutto quello che esiste svanirà, tu venga a trascinarmi dall’altra parte.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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