Racconto in musica 58: Prevenire le malattie (Bent Knee – Insides in)

Facebook è un luogo virtuale in cui puoi trovare qualsiasi cosa. Sì, non avevate bisogno di me per scoprirlo, e di certo non mi metterò a fare un’analisi sociologica sulla questione (ma ricordatevi di chi fa il lavoro sporco), ma è bello notare ogni tanto che, per quanto l’algoritmo cerchi di propinarci più o meno le stesse cose, qualcosa scappa dalle sue strette maglie e no, non è l’ennesima sparata sul perché quel rapper sposato con una famosa influencer quando anche dice cose giuste sta comunque sbagliando o lo sta facendo per il motivo sbagliato o sta arricchendosi con la nostra voglia di politically correct che, maledette femministe, ci impedirà di dire qualsiasi cosa. Nel mio caso quel “qualcosa che scappa dalle strette maglie dell’algoritmo” è La bella musica, perché mi è capitato spesso di scoprire band grazie ad amici di vecchia data, gente che mi aveva appena richiesto l’amicizia o tramite connessioni strane. La band di questa settimana, ad esempio, l’ho scoperta dal post di un amico, e sono ben felice di essermi messo all’ascolto: da Boston ecco a voi i Bent Knee.

Formatisi nel 2009 dall’incontro fra la cantante e tastierista Courtney Swain e il chitarrista Ben Levin al Berklee College of Music, i Bent Knee si sono ben presto stabilizzati nella forma di un sestetto con l’ingresso di Jessica Kion (basso), Gavin Wallace-Ailsworth (batteria), Chris Baum (violino) e Vince Welch (produttore). Quella che non si è mai stabilizzata, e vivaiddio per questo, è la loro musica, un miscuglio di prog, pop barocco e semplice voglia divertirsi e inquietare che non ha eguali, in cui la voce incredibile di Swain emerge poderosa. Il loro primo disco omonimo risale al 2011, ma alle mie orecchie ci sono arrivati solo cinque anni dopo col terzo disco Say so (frutto del loro primo contratto discografico con la Cuneiform Records) e precisamente con questa canzone, mentre per innamorarmene definitivamente è bastato l’ascolto di quest’altra. Da allora hanno pubblicato altri due album con l’etichetta Inside Out, Land animal nel 2017 e You know what they mean nel 2019, e mi mangio le mani scoprendo solo ora, da una veloce ricerca, che hanno suonato due volte a Milano e io non lo sapevo: se siete della zona tenete d’occhio il calendario di Alex Etxea – La casa di Alex, casa madre di entrambi i loro concerti, perché anche se non torneranno a brevissimo a trovarci vale sempre la pena supportare le realtà che promuovono la cultura.

Insides in, quarta traccia dell’album Land animal, è una canzone che appare sulle prime morbida e delicata, in cui il testo evoca però immagini meno rassicuranti: basta superare la metà del brano perché anche la musica si adegui e una cappa d’oscurità barocca ammanti tutto, tranne i vocalizzi angelici di Swain che riesce a portarci oltre la sofferenza o, perlomeno, a indicarci la via. Mi sono fatto ispirare dall’andamento bizzarro della musica e dal testo per scrivere un racconto che ha luogo in un ipotetico (e stereotipato, lo ammetto) manicomio, da cui l’unica possibilità di fuga risiede all’interno della propria mente: potete leggerlo subito dopo il link al brano, non mi resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Prevenire le malattie

Il mio lavoro qui è importante. Me lo ha detto la ragazza bionda che non sorrideva mai, è lei che mi ha insegnato a usare bicarbonato di sodio e acqua ossigenata per pulire gli spazi fra le piastrelle. Fughe, chiamava quegli spazi, e quando me lo ha detto la prima volta si è incantata un attimo con la bocca aperta, come se cercasse di pensare a qualcosa. Poi l’ha chiusa e ha cominciato a spiegarmi cosa usare per la ceramica dei sanitari.

Stare inginocchiata tutto il giorno non mi piace, ma è necessario. Ci sono così tante cose che si nascondono nell’infinitamente piccolo, germi e batteri che possono farti venire malattie orrende sulla pelle e anche dentro, si attaccano alle viscere e ti mangiano gli organi. A papà è successo così, un giorno gli è cresciuto qualcosa dentro e l’hanno dovuto portare via. Dove non lo so, non so nemmeno dove sia io. A volte non ricordo che faccia avesse.

La ragazza bionda che non sorrideva mai c’è stata poco a lavorare con me. Un giorno è arrivata e aveva un grosso bozzo in faccia, non mi ha detto come se l’era fatto e io non ho chiesto ma quando l’hanno vista i dottori hanno portato via anche lei. Non ha fatto resistenza, sembrava incantata come quel giorno che mi parlava di fughe. Non l’ho più rivista, e non hanno neanche mandato qualcuno a aiutarmi. Un lavoro così importante, e solo io a proteggere tutte dalle malattie.

Mi diceva che il nostro lavoro è importante perché mica a tutte fanno toccare le cose che usiamo. Quella che le dava una mano una volta si è messa a bere la candeggina, aveva una faccia talmente soddisfatta dopo il primo sorso che le era venuta voglia anche a lei, così, giusto per capire cosa si prova. Un po’ la capivo, non è che si faccia molto qui dentro, ogni tanto vediamo un film e poi abbiamo un sacco di tempo per noi stesse. Lo passerei a pensare a tutte le cose a cui pensavo da piccola, ma ho la mente così confusa che non riesco a concentrarmi. Se ci provo mi vengono in mente le marche dei prodotti per pulire.

Papà diceva che ero una bambina speciale, ma le cose che pensavo dovevo tenermele per me. Dovevano essere delle cose che avrebbero fatto invidia a tutti, perché non mi lasciava uscire a dirle a nessuno, solo a lui. Qui ci sono tante persone con cui parlare, ma nessuna mi ascolta e neanche io so bene cosa dire. Forse non sono più la persona che ero, per questo mi sono dimenticata tutto.

Mamma però non l’ho mai dimenticata, ricordo quella linea in mezzo alla faccia che dimostrava la sua simmetria perfetta, quella linea che le ho fatto io ed era così contenta che è rimasta senza parole, a bocca aperta come la ragazza che non sorrideva mai. Viene a trovarmi di notte, quando ascolto i rumori attorno e immagino siano le porte che sbattono per aprirsi e lasciarci libere di volare fuori, scivolando fra le maglie delle sbarre alle finestre, tanto lucide grazie a me che ci si può quasi specchiare.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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