Racconto in musica 50: Dal computer esce una musichetta pop (Les Fleurs des Maladives – Il rock è morto)

E siamo arrivati a 50! Sembra sia passato poco più di un anno da quando ho inaugurato il blog con questo racconto, ed è proprio così: tredici mesi e rotti a consigliare band meritevoli di attenzione, a inventare storie sulle loro canzoni e, con maggiore frequenza da qualche tempo a questa parte, ospitare altri appassionati di scrittura che mi hanno donato le loro tremila battute. Proprio per ringraziarli, sperando che continuino a togliermi spazio in questo angolo del blog, il traguardo dei 50 racconti in musica ho deciso di tagliarlo con un ospite d’eccezione: Ferruccio Mazzanti, autore del libro Timidi messaggi per ragazze cifrate, al cui contributo ho associato una canzone della band comasca Les Fleurs des Maladives.

Ferruccio è già stato ospite di queste pagine, rispondendo alle curiosità sul suo esordio letterario uscito a fine 2020 per Wojtek edizioni (leggetevi sul sito della casa editrice anche questo testo sulle transizioni nel montaggio cinematografico, non ve ne pentirete). Di sé dice che è cresciuto dopo essere nato e che ama moltissimo cantare a perdifiato e ballare nudo in salotto, anche se non ha tende alle finestra, per cui, se doveste passare davanti a casa sua, non pensate sia pazzo. Ha fondato ed è presidente di ben due riviste letterarie, In fuga dalla bocciofila e Il mondo o niente, di cui ovviamente vi consiglio di approfondire la conoscenza.

I Les Fleurs des Maladives (nome liberamente adattato dalla dedica iniziale di Charles Baudelaire a Théophile Gautier ne I fiori del male) li ho scoperti per caso dal vivo, ad un concerto del Primo Maggio in quel di…Vigevano, non Roma, anche se per ben due volte (2014 e 2016) sono arrivati in finale alla selezione per la manifestazione capitolina. L’energia che sprigionano dal vivo mi ha subito conquistato, tanto che ho comprato entrambi i loro dischi (ricordate, è il minimo che potete fare per supportare artist* che amate) e ne ho parlato di mia spontanea volontà, perché anche anni fa pensavo fosse doveroso consigliare la musica che mi emoziona. Formatisi nel 2002, la band comasca formata da Davide Noseda (chitarra e voce), Ugo Canitano (basso) e Alberto Maccarone (batteria) arriva all’esordio con l’Ep Antinomie nel 2007, dopo una demo che aveva attirato l’attenzione di Mauro Pagani: è destino che la loro musica venga notata da grandi nomi, perché il brano Novembre piace a Nada, che lo inserisce nel suo album dal vivo Nada live stazione birra e gira con loro l’Italia per vari concerti, showcase ed esibizioni radiofoniche. Il primo disco, Medioevo, esce nel 2013 per l’etichetta Zeta Factory, e fra gli innumerevoli brani degni d’attenzione va sicuramente sottolineato Dharamsala, canzone sul genocidio tibetano che Amnesty International premia all’interno del festival Voci per la libertà. Muscolari nei suoni, col loro alternative rock (si può usare ancora questa formula?) diretto ma tutt’altro che banale, all’energia degli strumenti i Les Fleurs des Maladives associano testi di alto livello, scagliandosi ironicamente contro il marcio che li circonda e non disdegnando aperture più poetiche: in Medioevo c’è spazio anche per un gioiellino semi-strumentale, Ennio, un sincero tributo a Morricone che non potrà lasciare insensibili gli amanti del compositore romano.

L’ultimo album per il gruppo comasco è Il rock è morto, uscito nel 2017 per Ostile Records e registrato da Max Zanotti, già membro di Deasonika, Rezophonic e Casablanca: fra i dieci brani del disco, degno erede del capitolo precedente sia per scrittura che per energia, appare anche una cover de Le tre verità di Lucio Battisti, eseguita insieme ad Alteria. Proprio durante il tour di questo disco ho potuto gustarmeli dal vivo, dove appaiono mascherati come scimmie spaziali e pestano ancor più di quanto non facciano in sede di registrazione, come è giusto che sia. Non si hanno ancora notizie sul prossimo passo della loro carriera musicale, ma qualcosa pare muoversi per un disco solista del cantante e chitarrista Davide Noseda: io sono già in attesa, e se non fossi riuscito a farvi capire il perché andate qui, ascoltate e diffondete.

Il racconto di Ferruccio va a parare su un’annosa questione: Spotify è un bene o un male? Io una certa idea me la sono fatta, almeno per quel che riguarda le briciole che lascia agli artisti, ma la domanda fondamentale è: quanto influenzano il mercato gli algoritmi, quelle stringhe di codice a cui penso ogni volta che vorrei dire all’app svedese che una canzone non mi piace, col terrore che poi mi rinchiuda in una bolla da cui ascoltare solo ciò che già conosco? Sull’annosa questione dell’originalità e della prostrazione alle mode i Les Fleurs des Maladives avevano già espresso la loro opinione nel brano Il rock è morto, quindi l’associazione fra musica e racconto mi è parsa ovvia: potete valutare se la scelta è stata azzeccata qui sotto, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Dal computer esce una musichetta pop, di Ferruccio Mazzanti

È sera e sono a cena da un mio amico. Il tavolo è apparecchiato in modo frugale come si addice alla classe del precariato esistenziale. La discussione che anima la serata non va oltre i metodi di controllo e di profilazione delle tecnologie contemporanee. Tutti siamo spaventati e pronti a combattere per riappropriarci della nostra identità digitale, anche se non sappiamo bene da dove cominciare, ma ogni teoria che sosteniamo vacilla non appena parliamo di Spotify, capolavoro del liberalismo svedese.

I nostri timpani hanno passato interi anni della nostra vita su Spotify. Non c’è giorno in cui io non acceda al mio account per scoprire nuovi gruppi musicali o per tornare con nostalgia su vecchi brani carichi di ricordi come solenoidi elettrificati.

La cena si è impaludata in un dibattito precario: da una parte XO (musicista) che ha rinunciato all’uso di Spotify, dall’altra io, tossicomane delle infinite opportunità offerte da un servizio a pagamento.

Per XO il principale problema è che l’algoritmo è calibrato sui tuoi gusti musicali, dunque non ci sarà mai un artista che non ricada nell’insieme di quello che ogni utente ha etichettato come bello. Ci sarebbe una omologazione generale della quarta arte, dato che non sarebbe più possibile scoprire brani che non rientrino negli schemi da noi prefissati. In sostanza non è più possibile pensare in modo differente la musica da come già la pensiamo. Spotify innescherebbe un meccanismo dove non ci verrebbe neppure in mente di immaginare melodie altre. Se la musica su cui ci formiamo è omologata a un canone estetico predefinito, allora anche la nostra formazione come artisti si omologherà.

Ogni canone è una maledizione – dice lui – pensa uno costruito a partire da una profilazione di massa.

Gli rispondo che nel momento in cui paghi, la profilazione non ti trasforma in merce. Molti servizi gratuiti usano i tuoi dati per rivenderli a terzi. L’obiettivo del sistema capitalistico è la massimizzazione del profitto e il suo reimpiego per l’allargamento dell’attività produttiva. Dunque se io non pago, allora il guadagno derivante dai miei dati viene reimpiegato per profilare più utenti possibili. Se invece pago Spotify non sono io la merce. In quanto compratore l’algoritmo deve lavorare per garantirmi piena libertà di scelta a prescindere dai miei gusti.

Certo, risponde lui, ma 1) chi ti dà le garanzie etiche sufficienti dopo Cambridge Analytica e Edward Joseph Snowden? Tu ti fidi di una multinazionale? E 2) l’artista si trasforma in un lavoratore salariato dai canoni definiti da Spotify, sgretolando la libertà creativa, perché per vendere la propria musica devi adeguarti a canoni predefiniti.

Come se ne esce? Nessuno accetta l’ipotesi di tornare a comprare i CD.

Addento la pasta al burro con una spruzzata di parmigiano, tipico cibo del precariato esistenziale, senza avere risposte. Dal computer esce una musichetta pop. Mentre mastico mi dimentico della piattaforma che la suona.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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