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Quando la radio diventa uno strumento: alla scoperta del primo disco degli Zumtrio

Esiste un mondo musicale dove la parola “sperimentale” indica che l’artista che se ne fregia ha allargato il suo spettro sonoro alle innovazioni musicali del momento. Che ne so, immaginate Jovanotti che inserisce l’autotune nelle sue canzoni. Questo è il mondo musicale che vi fanno sentire le radio generaliste (cioè quasi tutte, comprese Virgin Radio, dove sentirete le classiche canzoni rock dei gruppi che conoscono tutti, e Radio Freccia, dove sentirete gli stessi gruppi con canzoni un po’ meno conosciute), dove l’innovazione è una chimera e le novità sono state masticate e digerite altrove prima di avervi accesso.

Poi c’è il mondo sotterraneo della musica indipendente. Non è che sia per forza un luogo fatato dove succedono solo cose belle, io ad esempio ho visto il concerto di Pollio al Ride di Milano augurandomi che il suo supporter Nove non diventi la nuova sensation trash indie del momento, ma sicuramente qui la parola “sperimentale” assume tutto un altro valore. E la radio, intesa come oggetto fisico, può essere addirittura usata come strumento.

Gli Zumtrio sono una band nata nell’alveo di Tempo Reale, un centro di ricerca, produzione e didattica musicale fondato da Luciano Berio a Firenze che dal 2012 ha inaugurato una collana apposita ( la Tempo Reale Collection) per documentare il lavoro di sperimentazione portato avanti negli anni. Radioscapes, primo album della band formata da Francesco Canavese alla chitarra elettrica, Stefano Rapicavoli a batteria e percussioni e Francesco Gioni, che si occupa dei synth e di una radio analogica processata in presa diretta, fa parte proprio di questa collana: solo tre brani, ma per un minutaggio che raggiunge quasi i cinquanta minuti.

L’improvvisazione è un elemento essenziale nella musica degli Zumtrio, catalogabile come un miscuglio di avanguardia elettronica e jazz sperimentale. Capace di improvvise convulsioni sonore quanto di momenti dilatati a base di feedback, nei tre brani che compongono Radioscapes la band esplora orizzonti musicali estremamente personali, con la radio a fare sia da collante che da elemento di disturbo.

California, il brano centrale del disco, è sicuramente quello che ha un percorso musicale più uniforme. Inizia con radi accordi di chitarra elettrica da blues desertico su cui si innestano frammenti radiofonici, prosegue dilatandosi a suon di feedback accompagnati da una batteria scarnificata e marziale per poi sprofondare in un magma di synth e risorgere nel finale con una chitarra che gioca a scratchare su un ritmica costituita da quella che sembra essere Set fire to the rain di Adele continuamente alzata e abbassata di volume. Nel mezzo, come vero elemento di disturbo dissonante, frammenti di Hotel California degli Eagles. Capite cosa intendevo quando parlavo di sperimentazione?

Il disco si apre con Un tavolino a parte, titolo che diventa chiaro quando a metà brano arriva un inserto radiofonico preso da un’intervista a una signora che racconta una storia letta su un libro di scuola nel dopoguerra. Caratterizzata da alcune false partenze (disturbi radio accompagnati da una chitarra in modalità Django Reinhardt, sostituiti dopo una breve pausa da una nota di synth ripetuta per un minuto buono con la frammenti radiofonici a farle da contraltare), il brano trova la sua anima quando abbraccia una specie di stoner ultradilatato a base di accordi distorti e batteria minimale: da lì si delinea un discorso sonoro in cui non stona nemmeno la pausa centrale con la storiella citata in precedenza, che anzi appare come la calma prima della tempesta. Preparato a dovere dai feedback che si affiancano e seguono l’inserto radiofonico, lo sfogo batteristico che imperversa per un paio di minuti è il perfetto epilogo per la tensione creata in precedenza, e congiuntamente agli accordi di basso (chitarra diatonica?) porta in territori simili a quelli esplorati dai Vonneumann con la loro Bassodromo. Poi torna la calma, e così si chiude sfumando.

Tutt’altra questione è l’ultimo brano, Giornate colorate. L’inizio tarantolato, che ricorda i momenti più estremi dei Mr. Bungle di sua santità Mike Patton, è uno specchietto per le allodole che lascia presto spazio a lunghe ed estenuanti rincorse sonore che sembrano però avere poco a che fare l’una con l’altra. Diversamente dagli altri brani non mi è rimasta l’impressione di un discorso sonoro coeso, e i venti minuti di durata passano con l’orecchio solleticato da qualche buona idea persa in un mare magnum di confusione.

È ovvio da quanto scritto finora che Radioscapes non è un disco per tutti, ma per i più coraggiosi ci sono abbastanza motivi d’interesse per mettersi all’ascolto (o per ascoltarli dal vivo, visto che saranno ospiti del Torino Jazz Festival il 3 ottobre, giorno successivo all’uscita dell’album). La radio che campeggia in copertina non è certo l’elemento che fa la differenza, e anzi i momenti migliori sono quelli in cui chitarra e batteria creano atmosfere desertico-lisergiche, ma in momenti come il finale di California dimostra di essere un elemento ancora grezzo ma con delle potenzialità. Volendo descrivere il disco con una metafora cinematografica, frutto della mia frequentazione di un cineforum sul cinema sudcoreano (in pratica sto navigando a vista), definirei l’esordio degli Zumtrio affine ai film di Kim Ki-duk, dilatati ma con una carica viscerale che ogni tanto esplode improvvisa…purtroppo però non siamo ancora dalle parti delle sue opere migliori.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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