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Racconto in musica 28: Pose anonime (Adam Carpet – Obsessed with casting)

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di collaborare ad alcuni concerti organizzati nello spazio culturale LaRoom di Vigevano, fra i quali quelli di Maria Antonietta, Bad Love Experience e Giovanni Truppi (artista che ha fatto uscire a inizio anno un Ep, 5, che unisce alla musica delle storie a fumetti: da queste parti non può che essere lodato un progetto simile). LaRoom è questo e molto altro: una sala prove, una scuola di musica, uno studio di registrazione, uno spazio per eventi e, da qualche tempo, ha anche affiancato a tutto questo un negozio di strumenti musicali. Merito della passione delle persone che ne fanno parte, musicisti anche loro, fra cui Alessandro Carnevale degli Anna Ox e Francesco Capasso, membro della band di cui parlo questa settimana: gli Adam Carpet.

Formatisi nel 2011, gli Adam Carpet sono una band in cui sono confluiti musicisti provenienti da svariate esperienze come Diego Galeri e Alessandro Deidda, batteristi rispettivamente di Timoria e Le Vibrazioni. Proprio la presenza di una doppia batteria è una delle particolarità della formazione, che viene completata da Silvia Ottanà e Francesco al basso e Giovanni Calella (già attivo coi Kalweit and the spokes) alla chitarra e al synth. Il genere è prettamente strumentale, in bilico fra l’elettronica e il post-rock, due anime che resteranno ben salde nel suono della band pur subendo un evoluzione continua, dal primo album omonimo (uscito per Rude Records nel 2014) fino all’Ep Hardcore problem solver del 2017. Nel mezzo, un album di remix uscito nel 2015 e un secondo disco, Parabolas, uscito nel 2016 per Irma Records.

Proprio dalla prima traccia di quest’ultimo ho preso ispirazione per il racconto di questa settimana. Obsessed with casting è una canzone dal ritmo avvolgente, agitata in alcuni punti da scosse sonore che mi hanno dato il punto di partenza per alcune svolte all’interno della storia. Il titolo e l’atmosfera mi hanno donato l’ambientazione, il resto spero renda giustizia alla musica: potrete valutare più in basso, subito dopo la canzone. Buon ascolto, e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).

Pose anonime

Ogni città per me è un collage di immagini tutte uguali. Finestrini dei treni macchiati dalla pioggia, stazioni della metropolitana e fermate degli autobus, corridoi affollati in cui mettersi in fila ordinata.

Pose, sempre diverse e sempre uguali. Sorridi, girati, alza i capelli.

Sii sensuale, profonda, dolce.

Non socializzo granché quando vado ai casting. Ormai riconosco le facce, ma non riesco ad associarle ad alcun nome. Lo preferisco, così quando le vedo sui cartelloni pubblicitari sono solo immagini anonime. Depersonalizzarle aiuta, lenisce la sensazione di fallimento.

Sono mesi che cerco di vendere la mia immagine. Trucchi, abbigliamento, creme di bellezza. Sono giovane, il mio agente dice che è solo questione di tempo. Vorrei non credergli, sarebbe più facile mollare tutto e togliere spazio alla speranza.

Le notti in cui sogno la passerella, la musica assordante, i flash dei fotografi, la fama, quelle sono le peggiori. Mi sveglio nel pieno della notte, fissando il soffitto, senza capire nemmeno se sono a casa mia o da qualche altra parte.

Treni, metropolitane, autobus, raramente qualche albergo. Sorrisi, giravolte, capelli raccolti o sciolti. Poi, sempre lo stesso silenzio, a volte qualche risposta evasiva.

Troppo energica. Troppo corrucciata. Poco sensuale. Poco innocente.

Troppo poco.

La volta in cui sono stata scelta temevo di non essere all’altezza. A ogni flash, a ogni posa cercavo la delusione negli occhi del fotografo, ma non ci trovavo niente. Sentivo freddo, l’obiettivo mi faceva rabbrividire.

Non mi disse molto. Parlò solo una volta, mi chiese di essere me stessa. Avrei voluto chiedergli come si faceva.

Dopo lo shooting mi invitarono a una festa in discoteca. Volevo rifiutare, ma ci andai. Passai il tempo seduta, bevendo qualche cocktail, scambiando parole veloci e confuse con persone che non conoscevo, osservando il fotografo per capire cosa avrei dovuto fare, come funzionava il sistema, se dovevo essere carina o compiacente o sfuggente o chissà cosa fossero state le altre per raggiungere le copertine ma lui non mi guardava e io mi sentivo un’intrusa.

Quando mi accompagnò all’albergo fu cortese ma freddo. Mi sentii grata e sconfitta. Passai la notte a fissare il soffitto, a chiedermi se avessi dovuto alzarmi per andare a bussare alla sua porta.

A chiedermi se dovevo vendere il mio corpo, la mia anima o entrambi.

Il giorno dopo tornai a casa. Il mio agente era entusiasta, ma io ero sicura che quelle foto non sarebbero mai uscite. Ricominciai col mio solito tran tran, viaggi, pose, aspettative.

Poi un giorno vidi una faccia conosciuta sulla fermata dell’autobus. Una di quelle che c’era sempre ai casting. Era la mia.

Fissai il cartellone, mi guardai negli occhi alla ricerca dell’ansia, della disillusione, della tristezza e della fatica, ma non vidi niente di tutto questo. La mia immagine era una tela grezza dove ognuno poteva proiettare quello che voleva.

Vorrei essere lei.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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