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Racconto in musica 2: La stessa terra (La macchina di Von Neumann – Qui una volta era tutta campagna)

Von Neumann è, in maniera bizzarra, un nume tutelare della musica indipendente italiana, nello specifico di quella strumentale. Sono ben due le band che lo hanno “adottato” nel proprio nome, i romani Vonneumann e il gruppo brianzolo di cui trovate qui sotto un brano. Ho avuto piacere di conoscere entrambe le formazioni personalmente, scoprendo i qui presenti grazie alla classifica dei migliori album in free download del compianto sito Osservatori Esterni e intervistandoli prima di una loro data al Circolo Agorà di Cusano Milanino nel 2016 (qui l’intervista, per i curiosi).

La canzone è Qui una volta era tutta campagna, ed è la traccia di apertura dell’ultimo disco della band Formalismi, un album che nelle intenzioni dei componenti dovrebbe essere (traduco liberamente dall’inglese, come scritto sul loro bandcamp) “una scatola vuota da riempire”. Io l’ho fatto con un racconto già apparso su Indie-zone, lasciandomi ispirare dall’ariosità del brano e dalla marzialità batteristica del finale per una storia che parla di terra, confini e mitraglie. Buon ascolto, e buona lettura.

La stessa terra

«Quello che ci ha fregato a tutti è il concetto di proprietà» diceva mio nonno. «Quello, e la terra».

Ora, sporco di fango, bagnato fino all’osso, lo capisco più a fondo.

«È cominciato tutto con l’agricoltura» mi indottrinava. Fumava sigari puzzolenti con lo sguardo perso verso l’orizzonte, ed ovunque guardasse c’era quella terra che non sopportava.

Il panorama nelle nostre zone non concede molto alla fantasia. Si stende piatto e monotono, interrotto qua e là da un albero solitario. Verrebbe da guardare al cielo, ma è spesso grigio e mette ancora più tristezza.

È un microcosmo che invita alla concretezza, niente voli pindarici. Da altre parti mio nonno sarebbe passato per quello bizzarro, il tipo un po’ toccato che si guarda con un sorriso benevolo.

Qui era solo uno da evitare, persino per i suoi stessi figli. Forse per questo ci teneva a tenermi così stretto a sé.

«I primi confini sono stati tracciati quando l’uomo ha iniziato a coltivare» continuava. «Da lì in avanti non si è potuto più andare in giro liberi. “Questo posto è mio”, ha detto uno, e agli altri veniva subito voglia di prenderselo invece che andarsene da un’altra parte».

A sentire lui sembrava che tutte le tentazioni fossero nate con un aratro.

«E le caverne? Nessuno voleva quelle di un altro?» avrei voluto chiedere, ma ero troppo timido per farlo. Passavo per quello scemo in casa, perché ero molto silenzioso.

Forse mio nonno mi teneva con sé solo per questo, perché non lo zittivo come facevano tutti gli altri.

«Bisognerebbe bruciarli tutti, questi campi, così ci sarebbe meno invidia. Gli avvelena il cuore a questa gente di merda, l’invidia».

«Ma allora perché fai il bracciante?» gli chiesi una volta, quando proprio non ce la feci a starmene zitto.

«Perché solo questo so fare» mi rispose senza guardarmi, «lo schiavo». Rimanemmo in silenzio, poi all’improvviso mi prese per le braccia.

«Tu vattene appena puoi» mi disse con gli occhi umidi, «non farti ingabbiare». Poi si accese un sigaro, bestemmiando per darsi un tono.

Forse mi teneva con sé perché gli ricordavo com’era da giovane, e non voleva che facessi la sua stessa fine.

Mi spiace averlo deluso.

Io ho creduto in una terra dai confini molto più ampi dei suoi odiati campi. Quando mi hanno mandato a difenderla con un fucile in mano ho pensato che stessi facendo qualcosa di importante, io, quello che passava per scemo.

E ora sono qui, steso in una trincea, con la mitraglia che canta sopra la mia testa e voci che urlano in un’altra lingua poco lontano.

Sempre meno lontano.

Non ero preparato per tutto questo. Forse nessuno lo è. Forse sono solo quello strano, come mio nonno.

Come lui sono legato a confini che non andrebbero tracciati. Intrappolato nella terra, la stessa terra, a versarci il sangue. Spero che almeno per me ne valga la pena.

Che non abbia confuso i concetti di patria e di proprietà.

Mi sento ridicolo, ma se morirò qui fingete che sia stato un momento epico.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

2 pensieri riguardo “Racconto in musica 2: La stessa terra (La macchina di Von Neumann – Qui una volta era tutta campagna)

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